Fernand Braudel Center, Binghamton University
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148. November
1, 2004
Il
calderone del Medio oriente – I prossimi cinque anni
Chiunque sia il Presidente degli Stati Uniti, il
principale dilemma politico del Medio Oriente resterà lo stesso per i prossimi
cinque anni. Ci sono tre punti focali per avvenimenti cruciali e probabili
significativi spostamenti nel periodo: Iraq, Iran e Israele/Palestina.
In Iraq, il tema che avrà un impatto maggiore sul futuro nello stesso Iraq, nel
Medio Oriente e nel mondo, sarà quando ed in quali circostanze le forze
militari USA lasceranno il paese. A questo punto, la presenza militare USA è
diventata come un organo trapiantato che l’organismo vivente Iraq sta
rigettando, e rigettandolo definitivamente. Prima o poi, le forse USA se ne
dovranno andare del tutto, comprese le prospettive di basi permanenti. Ci sono
solo tre modi in cui può svolgersi il ritiro USA: a tempi brevi, una decisione
autonoma del governo USA; più in là, una richiesta delle autorità irachene;
alla fine, una cacciata da parte dei rivoltosi iracheni.
La prima possibilità è senza dubbio quella che servirebbe meglio gli interessi
USA, iracheni e mondiali. E’ anche quella che ha minori possibilità di
avverarsi. Il presidente USA la riterrà impraticabile nel 2005 o 2006, perché
sarebbe intrepretata, innanzitutto negli stessi Stati Uniti, come la loro
sconfitta politica più grave. E lo sarebbe davvero. Negli USA la coscienza
contraria alla guerra sta crescendo, ma non fino al punto di spingere qualche
membro del Congresso a prendere iniziative in quel senso. Anche quei militari che
ritengono che l’invasione dell’Iraq sia stata fin dall’inizio un grave errore,
vivrebbero un ritiro ora come uno schiaffo in faccia. E quei leaders di altri
paesi che hanno seguito gli USA in tutto – Blair, Berlusconi. Howard – non la
vedono proprio di buon occhio, per le gravi ripercussioni politiche che gli
causerebbe in patria.
La seconda possibilità – che il ritiro sia chiesto dal governo iracheno – è più
plausibile.. Ovviamente, questa dipende dai limiti degli sviluppi politici
interni all’Iraq. Le elezioni di Gennaio potrebbero avere luogo, anche se la
partecipazione in molte aree sarà disomogenea e magari quasi inesistente. E’
probabile che le elezioni si svolgano perché vi sono importanti soggetti che
premono in quel senso: il governo USA; il primo ministro provvisorio iracheno,
Iyad Allawi; i leaders curdi; e il grande ayatollah al Sistani, che non vede
l’occasione di una legislatura dominata dai religiosi Sciiti.
Ma tutto questo non assicura un governo legittimo dopo Gennaio. In primo luogo, se le forse USA entrano in
Fallujah, e sembra che intendano farlo, questo non solo garantirà la non
partecipazione dei Sunniti alle elezioni, ma minaccia di appiccare il fuoco per
nuovi incendi nelle aree sciite, ora che Moqtada al Sadr si è impegnato in un appoggio
totale alla resistenza di Falluyah. E se, nonostante le fiammate, le elezioni
dovessero svolgersi comunque, non è affatto chiaro se Allawi riuscirà a
consolidare il suo controllo sul governo centrale o sarà rimpiazzato da
qualcuno più vicino ad al-Sistani e meno dipendente dagli Stati Uniti.
Ma quale che sia il maquillage del governo iracheno nel 2005, la sua prima e
più immediata preoccupazione sarà garantire sicurezza popolare e
legittimazione. Cosa potrà offrire un simile governo ad una popolazione
scontenta della presenza militare americana, radicalmente insicura per gli atti
della resistenza e le risposte USA, ed in gravissime difficoltà economiche? Un
tale governo avrebbe soltanto due strade: restare ancor più vicino ai
proconsoli ed alle forze armate USA, oppure prenderne decisamente le distanze.
La vicinanza, finora, non ha pagato: non si è consolidata la legittimazione,
non si sono ricevuti aiuti materiali significativi dagli USA. Ne consegue che,
ad un certo punto, diverrà probabile che il governo iracheno volti le spalle
agli USA. Saranno certamente incoraggiati a tale svolta, per ragioni
differenti, da tutti il loro vicini – Arabia Saudita, Giordania, Siria, Iran.
Anche nutrendo profonde riserve su ciascuno dei citati vicini e sui loro governi,
le loro pressioni, più le pressioni provenienti dalle loro popolazioni, più il
comportamento indubitabilmente erratico degli USA saranno sufficiente forti
perché il governo iracheno cambi politica nei confronti degli USA.
Ma se non lo faranno, a causa della loro paura ed incapacità di stare in piedi
senza le stampelle militari USA, allora sarà la rivolta che crescerà con sempre
maggior forza, e diventerà il governo di fatto del paese. Quando questo
accadrà, l’Iraq si troverà di fronte ad uno scenario simile a quello
dell’offensiva del Tet. E gli USA potrebbero dover evacuare in elicottero il
loro personale dalla Green Zone. Questa sarebbe una sconfitta parecchio più
grave che un ritiro autonomo nel 2005.
Nel frattempo, in Iraq, il governo entrerà a far parte del club nucleare
proprio nello stesso periodo. L’Iran è una delle maggiori potenze della
regione, erede di una civilizzazione molto antica, uno stato sciita all’interno
di un mondo arabo prevalentemente sunnita, un paese circondato da potenze nucleari.
Ha bisogno di armi nucleari per affermare la sua statura di potenza regionale,
e farà tutto il necessario per ottenerle. Ci sono tre ostacoli su questo
cammino. Il più noto è l’opposizione degli USA e della UE, in omaggio al
trattato di non-proliferazione. Questo è l’ostacolo più noto e meno importante,
perché nei fatti né gli USA né la UE possono far molto per fermare l’Iran.
Ma ci sono altri due ostacoli più problematici. Il primo deriva dalla politica
interna iraniana. Il governo al potere ha continuato a perdere sostegno
popolare e legittimazione per più di un decennio a causa della sua politica
repressiva e fondamentalista. Non è che forze di opposizione sarebbero
veramente contrarie all’acquisizione iraniana del potere nucleare; è piuttosto la
loro capacità di creare disordini che potrebbe distogliere energie al fronte
nucleare. Comunque, a questo punto, le opposizioni sembrano troppo deboli,
politicamente, per arrestare il progetto, ed una posizione forte del governo
sul tema dell’armamento nucleare potrebbe garantirgli un sostegno popolare.
Il terzo e più grave ostacolo è la minaccia israeliana di colpire gli impianti
nucleari iraniani. Al governo israeliano piacerebbe farlo, sono in pochi a
dubitarne. L’ipotesi di un attacco israeliano pone tuttavia tre problemi.
Israele è in grado di farlo in modo tale che l’attacco azzeri veramente la
capacità iraniana? Gli iraniani saprebbero reagire in modo da colpire veramente
Israele? E l’opinione pubblica mondiale (compresa quella negli USA) riuscirebbe
a digerire una tale attacco come fece con il bombardamento del reattore
Iracheno nel 1981, oppure reagirebbe mettendo al bando lo stato di Israele?
Io dubito che Israele riesca a sgominare la capacità nucleare iraniana, perché
l’Iran ha già sparpagliato i suoi impianti, abbastanza da prevenire un attacco.
Dubito anche che gli iraniani siano in grado di scatenare una controffensiva
tale da colpire seriamente Israele. Ma il punto centrale per Israele è
l’opinione pubblica mondiale. Israele ha già sperperato un buon capitale di
legittimità negli ultimo quattro anni, e questa potrebbe essere l’ultima
goccia. La geopolitica del mondo, oggi, è parecchio diversa da quella del 1981.
La lezione del Sud Africa è che sopravvivere come stato messo al bando è politicamente
molto difficile.
Da ultimo, la questione Israele/Palestina. Israele ha legato le sue sorti a
quelle degli USA in Medio Oriente. Una sconfitta degli USA è una sconfitta per
Israele. In questo periodo, Sharon sta
giocando la carta di un ritiro unilaterale da Gaza che gli consentirebbe nei
fatti di impedire il sorgere di un vero stato nella West Bank. Ma non sembra
che stia funzionando. Hamas è irremovibilmente contraria ed insoddisfatta. E
l'Autorità Palestina, che avrebbe potuto essere disposta a trattare un tale
accordo, è stata esclusa dalla sua realizzazione e quindi deve tenersi
parecchio sulle sue. In ogni caso, Arafat potrebbe anche morire a breve, e
l’OLP frantumarsi in molte parti, a vantaggio probabile di Hamas.
Intanto, tra gli israeliani, il rifiuto dei coloni di destra di prevedere anche
questa minuscola concessione ha portato alla possibilità di una spaccatura nel
Likud e alla minaccia implicita di implosione totale dello stato israeliano. Il
ritiro da Gaza non accadrà mai in realtà. Ma, nel tentativo di arrivarci,
Sharon potrebbe riunire i palestinesi e dividere fatalmente gli israeliani (il
loro corpo politico) in modi finora mai visti. E questa divisione tra gli
israeliani stessi potrebbe essere il colpo finale alla loro forza politica all'interno
degli Stati Uniti. Israele/Palestina potrebbe infine perdere il suo stato di
argomento politico intoccabile e diventare un argomento di pubblico dibattito
all'interno degli Stati Uniti. Questo sarebbe un pessimo segno per la
sopravvivenza di Israele.
di Immanuel Wallerstein
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