Fernand Braudel Center, Binghamton University
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Commentary No. 160, Maggio 1, 2005
“La morte
dei mille tagli”
C’è una antica tortura cinese detta Ling chi, la morte dei mille
tagli. I tagli sono tutti
piccoli, ma alla fine la persona muore. Questo è quello che sta accadendo al
dominio Usa in America Latina. L’ultimo piccolo taglio, ed è proprio un taglio
piccolo, è avvenuto in Equador. L’Equador è un paese piccolo ma con diverse
caratteristiche importanti. È un produttore di petrolio. Ha una vasta
popolazione indigena che è stata storicamente esclusa dal potere e che è
sfruttata economicamente e socialmente. È confinante con la Colombia, dove è da
tempo in corso una guerra civile in cui gli Usa sono pesantemente coinvolti in
appoggio ad un governo fortemente conservatore. È anche un paese in cui negli
ultimi dieci anni tre presidenti sono stati costretti ad abbandonare il potere
da rivolte popolari, e sempre con il sostegno, almeno tacito, delle forze
armate.
Nel 1997, Abdala Bucaram, che era stato eletto con un programma di lotta
all’oligarchia, iniziò invece ad attuare un severo programma di austerità, su
consiglio dell’ex ministro delle finanze argentino, Domingo Cavallo, proprio il
tipo di programma che il Fondo Monetario Internazionale va sostenendo (e che
Cavallo aveva già realizzato in Argentina). Dopo uno sciopero di due giorni
indetto da sindacati, studenti, gruppi femminili, organizzazioni dei diritti
umani, e dal CONAIE, la federazione delle nazionalità indigene dell’Equador, il
parlamento equadoriano aveva deposto Bucaram, con la motivazione di instabilità
mentale. L’elezione successiva aveva portato al potere un’altro conservatore,
Jaime Mahuad, che realizzò la “dollarizzazione” dell’economia. Così all’inizio
del 2000, un’altra rivolta popolare lo costrinse alle dimissioni. Questa
rivolta era guidata da una alleanza di organizzazioni indigene e di “colonnelli
populisti”, il cui leader era Lucio Gutierrez, sospettato dagli Stati Uniti di
essere collegato al presidente venezuelano Chavez (vedi Commentary No. 33, Feb.
1, 2000).
Le forze dell’ordine riuscirono a prevalera ancora una volta. Gutierrez
andò in esilio e il vicepresidente, Gustavo Noboa, assunse il potere. Nelle successive elezioni del 2002
tuttavia Gutierrez sconfisse Noboa con il forte appoggio dei movimenti
indigeni. Le elezioni
furono considerate come una vittoria della sinistra. Tuttavia, una volta al
potere, Gutierrez cambiò casacca. Nel 2003 andò in visita a Washington e si
dichiarò “il migliore amico degli Stati Uniti” in America Latina. Presto i
movimenti indigeni uscirono dal governo, Gutierrez offrì una nuova base
militare agli Stati Uniti e divenne un sostenitiore entusiastico del Plan
Colombia (il piano guidato dagli Usa per sostenere il governo colombiano contro
la guerriglia, ed anche, sostengono gli Usa, contro i narcotrafficanti). Inoltre
l’Equador partecipava pienamente ai negoziati per il trattato di libero
commercio con gli Stati Uniti. Per quanto l’aumento del prezzo del petrolio
stesse aiutando le finanze del governo, la vasta maggioranza della popolazione
non ne riceveva alcun beneficio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è
stato il rinnovo della Corte Suprema da parte di Gutierrez, con l’obiettivo di
far perdonare Bucaram. Bucaram è prontamente ritornato in Equador ed il suo
partito ha fornito sostegno parlamentare a Gutierrez.
Così questo aprile ha visto una nuova sollevazione in Equador. Gutierrez
ha chiamato i dimostranti forajidos - fuggitivi. I dimostranti hanno subito
adottato questo nome con orgoglio, ed in pochi giorni sono stati capaci di rendere
Gutierrez a sua volta un forajido. Questa volta, la sollevazione coinvolgeva
non solo i soliti sospetti, i movimenti delle popolazioni indigene, ma anche
settori della classe media che erano disgustati dalla corruzione di Gutierrez e
Bucaram. Ancora una volta l’esercito ha fatto un passo indietro e Gutierrez ha
avuto come successore il suo vicepresidente, Alfredo Palacio, che si colloca
politicamente più a sinistra. Da allora ci sono stati segnali, non del tutto
chiari, di una nuova politica. Palacio ha dato l’incarico di ministro delle
finanze ad un esponente cattolico della sinistra moderata, Rafael Correa, la
cui prima dichiarazione è stata di deplorazione del fatto che il 40% del
bilancio del governo andasse a pagare il debito e solamente il 2% alla sanità
ed all’istruzione. Il Governo, se da un lato ha dato assicurazioni agli Usa
circa il mantenimento dell’attuale base militare, dall’altro non permetterà la
costruzione dell’ulteriore più ampia base su cui Gutierrez aveva convenuto.
Gli Stati Uniti hanno riconosciuto il nuovo governo senza entusiasmo e
con molto ritardo. Castro and Chavez hanno salutato positivamente il
cambiamento, ma alcuni gruppi “rivoluzionari” stanno denunciando il fatto che
non si stia facendo molto di più. Cosa ci possiamo aspettare ora? Probabilmente
questa volta un notevole rallentamento di tutto ciò che odori di
neoliberalismo. Già i partiti indigeni hanno riottenuto in parlamento alcuni
seggi che avevano perso a causa della defezione a favore di Gutierrez di alcuni
degli eletti nelle loro liste.
La sollevazione equadoriana rientra in un quadro che si è andato
sviluppando da un decennio in America Latina, specialmente dalla salita al
potere di George W. Bush. Fino a non molto tempo fa, quando un governo latino
americano era sgradito, gli Usa usualmente erano in grado di cambiarlo - con un
intervento diretto se necessario, oppure usando i militari locali. Questo è
stato il destino del Guatemala, della Repubblica Dominicana, del Cile, del
Brasile, e di molti altri stati. Il solo fallimento rilevante a questo riguardo
è stata Cuba, ma gli Usa erano comunque riusciti a mobilitare tutti i paesi
latino americani a cooperare nell’isolare/bloccare/boicottare Cuba.
Negli ultimi cinque anni, d’altra parte, molti paesi latino americani si
sono mossi verso sinistra o per mezzo del voto o a seguito di domostrazioni
popolari, ma mai verso una completa sinistra. La lista è lunga: Argentina,
Brasile, Uruguay, Bolivia, Cile, Venezuela. In realtà l’unico governo in
America del Sud che in questi giorni piace realmente al governo Usa è quello
Colombiano. Proprio recentemente c’è stata l’elezione del Segretario Generale
dell’Organizzazione degli Stati Americani. E, per la prima volta nella storia
di questa organizzazione, il candidato Usa non ha vinto. Il governo messicano
recentemente ha cercato di eliminare dalle prossime elezioni presidenziali il
candidato della sinistra; ed è stato costretto a fare marcia indietro sotto una
forte pressione popolare interna. Cuba non è più isolata in America Latina. Nessuno
di questi fatti viene festeggiato a Washington.
Ora questi sono tutti tagli piccoli. Nessuno di questi stati, neppure il
Venezuela, si è spinto troppo avanti. Ma il Brasile ha organizzato la rivolta
del G-20 che ha portato l’Organizzazione Mondiale del Commercio ad una
situazione di stallo. E l’Argentina ha sfidato la comunità finanziaria mondiale
ed ha ridotto in modo sostanziale il suo considerevole debito. E l’Associazione
per il Libero Commercio delle Americhe (ALCA) non riesce a decollare, per
quanto rimanga il principale obiettivo economico degli Usa in America Latina.
Gli intellettuali di sinistra ed alcuni movimenti di sinistra in ognuno
di questi paesi sono scontenti per tutte le cose che presunti governi di
sinistra non hanno fatto. Ma gli Usa sono ancora meno contenti di ciò che hanno
fatto. Il fatto è che oggi gli Usa non sono più sicuri di avere il controllo -
economico, politico o diplomatico - del proprio cortile di casa, le Americhe. Stanno
morendo con la morte dei mille tagli - tutti piccoli, ma nondimeno mortali.
di Immanuel Wallerstein
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sulle vicende del mondo contemporaneo, in una prospettiva non di cronaca, ma di
lunga durata]
(Traduzione di Giorgio Gallo, l’originale è reperibile all’indirizzo
http://fbc.binghamton.edu/cmpg.htm)
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