Fernand Braudel Center, Binghamton University

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Commentary No. 162, June 1, 2005

Giocando con il fuoco: Usa, Iraq e Iran

 

Se si è una nazione potente è difficile trattenersi dal giocare con il fuoco. Ma il regime di Bush è stato particolarmente avventato. Prendiamo per esempio il triangolo Iran, Iraq e Stati Uniti. La storia è ben conosciuta. È noto che il primo intervento della Cia nel mondo è stato in Iran, nel lontano 1953. A quel tempo, l'Iran aveva come primo ministro Mohamed Mossadegh, un uomo politico laico della classe media che aveva avuto l'ardire di nazionalizzare il petrolio iraniano. Lo Shah era andato in esilio. Gran Bretagna e Stati Uniti non erano contenti di tutto ciò e sostennero, o piuttosto ispirarono, un colpo di stato militare per arrestare Mossadegh e riportare lo Shah sul trono. Da quel momento in poi l'Iran dello Shah divenne un fedele alleato degli Stati Uniti. Il regime dello Shah Reza Pahlevi era autoritario e fortemente repressivo, ma questo non disturbava gli Usa, poiché era un pilastro delle forze proamericane in Medio Oriente.

 

Alla fine il regime dello Shah fu rovesciato da una sollevazione popolare nel 1979, e lo Shah andò di nuovo in esilio. Questa volta risultò che le forze dominanti non erano nazionalisti laici, ma militanti islamici guidati dall'Ayatollah Ruhollah Khomeini. Fu proclamata una repubblica islamica. E nel giro di un anno i militanti islamici occuparono l'ambasciata Usa e tennero tutti quelli che vi si trovavano prigionieri per 444 giorni. Gli Usa, va da sé, non ne furono certo contenti. L'Iran dichiarò che gli Usa erano il Grande Satana, e gli Stati Uniti a loro volta considerarono l'Iran un nemico totale. Il tentativo del Presidente Carter di liberare i prigionieri dell'ambasciata con la forza finì in un fiasco. E fu poi il Presidente Reagan a liberarli, ma a prezzo di un accordo segreto, e restituendo in cambio della liberazione i beni iraniani congelati.

 

Gli Usa decisero che il miglior modo per affrontare il problema iraniano era di incoraggiare il presidente irakeno, un certo Saddam Hussein, ad invadere l'Iran, cosa che lui fece nel 1980. L'Iran è naturalmente un paese in grande parte musulmano scita. Mentre l'Iraq ha un gran numero di sciti, che però sono stati tenuti lontani dal potere dai politici arabi sunniti sin dalla creazione dell'Iraq in quanto stato sovrano moderno. Nel 1983 il presidente Reagan mandò un tal Donald Rumsfeld come suo inviato speciale per incontrare Saddam Hussein, per incoraggiarlo nei suoi sforzi bellici, per offrirgli assistenza sia diretta che indiretta (incluso anche materiale per la guerra biologica), per rimuovere l'Iraq dalla lista, stilata dagli Stati Uniti, degli stati che appoggiano gruppi terroristi, ed in generale per coccolarlo. La guerra Iran-Iraq durò otto anni, fu estremamente costosa per entrambi, sia in perdite umane che in denaro, ed alla fine terminò per esaurimento, con le truppe ai punti di partenza. Fu una tregua militare, ma naturalmente l'ostilità politica rimase.

 

Saddam Hussein, come sappiamo, trovò difficile ripagare i debiti che aveva contratto per portare avanti la guerra, specialmente i consistenti debiti con il Kuwait e con l'Arabia Saudita. Egli decise allora, in un colpo solo, di cancellare i debiti e di soddisfare una antica rivendicazione nazionalistica invadendo il Kuwait nel 1990. A questo punto finalmente gli Usa si rivoltarono contro Saddam Hussein guidando una coalizione autorizzata dalle Nazioni Unite per scacciare l'Iraq dal Kuwait, con, fra le altre cose, il supporto tacito dell'Iran. La guerra finì con diversi generi di doppi giochi. Saddam aveva mandato una gran parte della sua aviazione in Iran per salvarla dai bombardamenti americani. Dopo la fine della guerra l'Iran rifiutò di restituire gli aerei. Gli sciti irakeni si sollevarono in una ribellione contro Saddam Hussein durante la guerra del Golfo, ma gli Usa si rifiutarono di aiutarli dopo la tregua con Saddam, per quanto alla fine avessero imposto una zona interdetta al volo sulle zone scite - troppo tardi tuttavia per evitare che Saddam si prendesse la sua rivincita sui ribelli sciti.

 

Nessuno fu del tutto contento con la tregua di fatto fra il 1991 ed il 2001. I neo-con in America sentivano come una umiliazione per gli Stati Uniti il fatto che Saddam fosse rimasto al potere. Saddam era scontento a causa del boicottaggio guidato dagli Usa e per le limitazioni alla sovranità dell'Iraq circa la vendita del greggio decise dalle Nazioni Unite.  Gli sciti irakeni (e i curdi) erano scontenti del fatto che Saddam fosse ancora al potere e che gli Stati Uniti li avessero abbandonati. Ed infine l'Iran era scontento perché Saddam era ancora al potere, perché gli sciti irakeni continuavano a soffrire, e perché gli Usa avavano ancora una presenza troppo forte nella regione.

 

Quando si verificò il Settembre 11, i neo-con colsero l'opportunità per spingere Bush a focalizzarsi su una guerra in Iraq. Come sappiamo, l'invasione fu alla fine fatta nel 2003 e portò alla caduta di Saddam. A quel tempo, George W. Bush denunciò l'"asse del male" - un trio costituito da Iraq, Iran, e Corea del Nord. Gli Usa avevano deciso di essere simultaneamente contro i regimi Irakeno ed iraniano, ma di agire militarmente prima contro l'Iraq. È abbastanza chiaro che nel 2003 il regime di Bush considerava solo questione di tempo il fatto che gli Usa avrebbero agito contro l'Iran.

 

Ciò che il presidente Bush sembrava aspettarsi nel 2003 era che gli Usa sarebbero stati capaci di istallare, abbastanza rapidamente, un regime amico in Iraq, per procedere quindi alla resa dei conti con l'Iran. Ciò che gli Usa non si aspettavano era di trovare in Iraq un movimento di resistenza abbastanza forte,  una resistenza che sembrano oggi incapaci di contenere seriamente. Ciò che non si aspettavano era l'efficace pressione politica da parte degli sciti per tenere anticipatamente le elezioni che avrebbero dato ai movimenti sciti  una maggioranza nel governo. Ciò che essi non si aspettavano era che l'esercito Usa sarebbe stato così sovraesposto che non c'è ora alcuna possibilità per gli Usa di intraprendere alcun tipo di azione militare per ottenere un cambiamento di regime in Iran.

 

E meno che mai si sarebbero aspettati che alla fine sarebbe stato l'Iran il grande vincitore diplomatico dell'invasione americana. Si consideri ciò che è accaduto il 15 maggio 2005. Il Segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, ha fatto una visita non annunciata a Baghdad, durante la quale ha speso il suo poco tempo per metà rimproverando, e per l'altra metà inplorando il nuovo governo irakeno, e tutto questo in pubblico. Ha detto che gli irakeni devono tentare di essere più "inclusivi", un modo in codice per dire che bisogna dare più spazio nel governo agli arabi sunniti.  Ha messo in guardia contro una "rigorosa" de-Baathificazione, intendendo che venga incluso a livello di potere almeno qualcuno di coloro che avevano sostenuto Saddam Hussein. Presumibilmente, la Rice ritiene che ciò possa indebolire la resistenza alla occupazione Usa e rendere possibile una riduzione dell'impegno di truppe americane in Iraq (per poter meglio usarle contro l'Iran?). Una curiosa giravolta che il Segretario di Stato americano implori a favore di qualche  ex-Baathista. E, a quel che sembra, trovando orecchie poco disposte all'ascolto. Le analisi dell'attuale governo irakeno, o almeno le sue priorità, sembrano differenti.

 

Due giorni dopo, il Ministro degli Esteri iraniano, Kamal Khazzeri, è arrivato per una visita di quattro giorni dall'esito molto migliore. È stato accolto all'aereoporto dal Ministro degli Esteri irakeno, Hoshyar Zebari, sunnita e curdo, che gli ha dato il benvenuto in un fluente Farsi. Dopo tre giorni, Iraq e Iran hanno firmato un trattato di fine delle ostilità fra i due paesi, in cui il nuovo governo irakeno ha riconosciuto la responsabilità di  Saddam Hussein nell'avere iniziato la guerra fra i due paesi. I due paesi hanno rinnovato le loro critiche ad Israele. Se Bush crede che il nuovo governo irakeno sia disponibile ad unirsi agli Usa in una crociata contro l'Iran, quest'altro membro dell'"asse del male", dovrà certamente ricredersi.

 

Le relazioni fra l'Iraq e l'Iran sono diventate ormai normali, e tendono a diventare amichevoli. Questo non era ciò che i neo-con avevano auspicato nel lanciare l'iniziativa per una "democratizzazione" del Medio Oriente guidata dagli Usa.  Quando le truppe americane lasceranno l'Iraq (piuttosto presto che tardi), l'Iran sarà ancora in giro, e (grazie agli Usa) più forte che mai.

 

Immanuel Wallerstein

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Questi commenti, pubblicati due volte al mese, intendono essere riflessioni sulla scena mondiale contemporanea, vista da una prospettiva da lunga durata e non contingente.

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