Fernand Braudel Center, Binghamton University
http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm
Dal 1994 la ribellione zapatista in Chiapas è
stata il più importante movimento sociale del mondo – il barometro e il
catalizzatore di movimenti antisistemici in tutto il mondo. Com’è possibile che un piccolo movimento di indigeni maya in una delle
più povere regioni del Messico possa giocare un ruolo tanto grande? Per rispondere
a questa domanda, dobbiamo considerare la storia dei movimenti antisistemici
nel sistema-mondo dal 1945.
Dal 1945 alla metà degli anni sessanta, i
movimenti antisistemici (o la Vecchia sinistra) – i partiti comunisti, i
partiti socialdemocratici, i movimenti di liberazione nazionale – erano in
ascesa in tutto il mondo, e hanno conquistato il potere in un numero molto
rilevante di stati. Correvano forte. Proprio quando sembravano essere sulla
cuspide del trionfo universale, però, hanno trovato due blocchi stradali – la
rivoluzione mondiale del 1968 e la rinascita della destra mondiale.
I rivoluzionari mondiali del 1968
protestavano dappertutto certo contro l’imperialismo statunitense, ma
protestavano anche contro i movimenti della Vecchia sinistra. Per gli studenti
e i lavoratori coinvolti nei movimenti del 1968, i movimenti della Vecchia
sinistra avevano sì preso il potere, ma poi non avevano mantenuto le loro
promesse di trasformare il mondo in una direzione più egualitaria e
democratica. Furono scoperte le loro mancanze. La generazione del 1968 si mosse
a creare nuovi movimenti (Verdi, movimenti femministi, movimenti identitari) ma
nessuno di questi è stato capace di mobilitare il tipo di appoggio di massa che
i movimenti tradizionali avevano avuto nel periodo post-1945.
Inoltre, e sulla spinta di un grande
peggioramento dell’economia-mondo, la destra mondiale riprese fiato e si
riaffermò. Gli esempi più importanti ovviamente sono stati i governi
neoliberisti della signora Thatcher e di Ronald Reagan. Ma forse perfino più
importante è stata l’abilità del Fondo monetario internazionale e del Tesoro
statunitense di imporre alla maggior parte di quei governi dove la Vecchia
sinistra era ancora al potere, una sostanziosa ritirata dalle loro politiche
economiche, ottenendone lo spostamento dallo sviluppo basato sulla sostituzione
delle importazioni, alla crescita orientata verso l’esportazione.
Quando gli ultimi e più forti tra questi governi
della Vecchia sinistra – i regimi comunisti dell’Urss e dei suoi satelliti
dell’Europa centro-orientale – sono crollati nel 1989-91, il crescente
disordine dei movimenti antisistemici (sia della Vecchia sinistra che della
Nuova) raggiunse l’apice della disillusione e della sfiducia nella propria
capacità di cambiare il mondo.
Ma proprio nel momento in cui l’ideologia
neoliberista sembrava raggiungere il suo picco, a metà degli anni novanta, la
marea iniziò a cambiare. Il punto di svolta fu la ribellione zapatista del
primo gennaio 1994. Gli zapatisti sollevarono in alto la bandiera dei segmenti
più oppressi della popolazione mondiale, i popoli indigeni, e invocarono il
loro diritto all’autonomia e al benessere. Inoltre, non lo fecero cercando di
prendere il potere nello stato messicano, ma piuttosto cercando di guadagnarlo
nelle loro comunità, per le quali chiesero allo stato messicano un formale
riconoscimento. E mentre l’aspetto militare della loro ribellione si chiuse
rapidamente con una tregua, politicamente essi si rivolsero alla “società
civile” messicana e poi quella del mondo intero. Hanno organizzato conferenze
“intergalattiche” nelle foreste del Chiapas, e sono stati in grado di ottenere
la presenza di un numero impressionante di intellettuali e attivisti da tutto
il mondo. Quando un nuovo presidente arrivò al potere in Messico, nel 2000,
(eliminando il decrepito movimento “rivoluzionario” che era stato al governo
per sessanta e passa anni), gli zapatisti marciarono su Città del Messico per
chiedere che i termini dell’accordo di tregua del 1996 (i cosiddetti Accordi di
San Andrés) fossero finalmente rispettati dal governo messicano. I legislatori
messicani non lo fecero, nonostante l’enorme supporto che gli zapatisti stavano
ricevendo dalla “società civile”, e allora essi tornarono ai loro villaggi in
Chiapas per realizzare unilateralmente la loro autonomia, creando – di fatto,
anche se non legalmente – governi democratici, un proprio sistema scolastico,
le loro strutture sanitarie. L’esercito messicano, tuttavia, è rimasto
schierato attorno a loro, con la minaccia costante di smantellare queste
strutture de facto.
L’importanza degli zapatisti è andata ben
oltre gli stretti confini del Chiapas e perfino del Messico. Sono diventati
l’esempio del possibile, per altri e dovunque. Negli ultimi cinque anni, la
maggior parte dei paesi del Sud America ha messo al potere governi di sinistra
o populisti, e l’esempio zapatista è stato tra le forze catalizzatrici. Se i
manifestanti di Seattle nel 1999 sono stati capaci di far deragliare l’incontro
della Wto, e sono stati capaci di proseguire con proteste simili a Genova,
Quebec city e in altri posti, compreso Gleneagles quest’anno, devono la loro
ispirazione agli zapatisti, e non per una piccola parte. E quando il Forum
sociale mondiale ha sancito questa rinascita dei movimenti antisistemici, gli
zapatisti sono stati un modello eroico.
Ora, all’improvviso, a giugno del 2005, gli
zapatisti hanno proclamato l’allarme rosso, e hanno chiesto a tutte le loro
comunità di lasciare i villaggi e andare nella foresta per una grande “consultazione”
di base. La ragione? Dicono che non possono più permettersi di stare
semplicemente ad aspettare indefinitamente mentre lo stato messicano continua a
ignorare le promesse fatte un decennio prima negli accordi di tregua. Si sono
dichiarati pronti a “rischiare il poco che hanno conquistato” (cioè la limitata
autonomia senza riconoscimento legale) per tentare qualcosa di nuovo. Gli
zapatisti hanno dichiarato di avere concluso la prima fase della loro lotta e
che era tempo di muoversi verso la seconda fase, una fase che sarebbe stata
politica e non militare, hanno aggiunto.
Nella terza e ultima parte della Sesta
dichiarazione della Selva Lacandona, diffusa il 30 giugno scorso, gli zapatisti
ci hanno dato una chiara indicazione della linea politica che stanno
difendendo. Non c’è alcuna menzione di un partito politico, in Messico o
altrove. Dicono alle persone che ovunque stanno lottando per i propri diritti,
che sono a sinistra, che gli zapatisti sono con loro. Parlano di creare una
vasta alleanza politica in Messico – siamo indigeni, ma anche messicani. E
parlano di creare una vasta alleanza politica nel mondo. Usano un linguaggio
che è allo stesso tempo inclusivo – inclusivo per tutti i settori sociali,
tutte le persone e soprattutto tutti i gruppi oppressi – ma che è risolutamente
di sinistra, per quanto non necessariamente legato ad alcun partito.
La cosa più importante di questa iniziativa,
a mio parere, è nella scelta di tempo. Sono passati undici anni da quando la
marea ha iniziato a rifluire contro il neoliberismo e l’imperialismo. Per gli
zapatisti, però, ciò che è stato raggiunto non è abbastanza. Ho la sensazione
che non siano gli unici a pensarlo. Ho la sensazione che nell’America latina, e
specialmente in tutti quei paesi dove governi di sinistra o populisti hanno
raggiunto il potere, ci sia un simile sentimento che questo non sia abbastanza,
che questi governi abbiano dovuto accettare fin troppi compromessi, che
l’entusiasmo popolare stia calando. Ho la sensazione che nel Forum sociale
mondiale ci sia lo stesso sentimento che quello che hanno raggiunto da quando
tutto è iniziato nel 2001 sia stato ragguardevole, ma non sia abbastanza, che
il Fsm semplicemente non possa continuare a ripetere di continuo le stesse
cose. Anche in Iraq e nel Medio oriente in generale sembra ci sia la sensazione
che la resistenza all’intervento machista degli Stati uniti sia stata
sorprendentemente forte e tuttavia non sia abbastanza.
Nel 1994, la ribellione zapatista è stata il
barometro del rifiuto del senso di impotenza che aveva iniziato a sopraffare il
sentimento antisistemico mondiale. È servita anche come catalizzatore di altre
iniziative. Oggi, quando gli zapatisti dicono che la prima fase è finita e che
non possiamo indugiare lì, sembrano essere ancora una volta il barometro del
cambiamento di sensazione in tutto il mondo. Gli zapatisti vogliono muoversi
verso una seconda fase – politica, inclusiva, ma finora non hanno proposto
obiettivi molto dettagliati. Saranno adesso l’ispirazione per una simile
valutazione in America latina, nel Forum sociale mondiale e nei movimenti
antisistemici in tutto il mondo? E Quali saranno gli obiettivi precisi della
prossima fase?
Immanuel Wallerstein
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