Fernand Braudel Center, Binghamton University
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172, Nov. 1, 2005
L’incubo di Bush
Nell’ottobre
del 2005 tutto è andato storto per George W. Bush. Qualcuno l’ha chiamata “la
tempesta perfetta”. È sembrata prendere Bush di sorpresa e lasciarlo come
qualcuno sepolto in una colata di fango, ancora vivo ma che fa fatica a
liberarsi. Sembra improbabile che sarà in grado di farlo. Esaminiamo tutti i
fronti sui quali Bush ha subito rovesci politici.
Primo,
l’Iraq. Il numero delle perdite USA ha superato le 2000 unità, e questo è stato
notato perfino nell’America profonda, fra coloro che inizialmente appoggiavano
la guerra. Molti ora sentono che è stato un errore. La percentuale di approvazione
di Bush è scesa sotto il 40%, estremamente bassa anche per un presidente nel
suo secondo mandato (quando le percentuali di approvazione spesso
diminuiscono). Le elezioni per la ratifica della costituzione irachena in
realtà non sono state di aiuto. È vero che la è stata approvata, ma contro una
forte opposizione sunnita. Nessuno crede che questa costituzione possa essere a
lungo termine la base di un governo legittimo e stabile, o che questo governo
sopravviverebbe davvero a un ritiro americano.
Poi ci sono
le incriminazioni. Si noti il plurale. Il capogruppo della maggioranza
repubblicana nella Camera dei Rappresentanti, Tom DeLay, è accusato di
riciclaggio di denaro a fini elettorali, e si è dovuto dimettere. Il suo
alleato, politicamente a lui vicino, il lobbista Jack Abramoff, è stato
incriminato per truffa. E soprattutto, il potentissimo I. Lewis Libby, capo
dello staff del vicepresidente e assistente del presidente, è stato incriminato
per cinque capi d’imputazione relativi a intralcio al corso della giustizia,
spergiuro e falsa testimonianza. Questa incriminazione naturalmente è
intimamente connessa alla guerra in Iraq, dal momento che la questione è il
tentativo di Libby di screditare Joseph Wilson rivelando che sua moglie era un
agente segreto della CIA. Wilson era stato inviato in missione ufficiale in
Niger e in seguito aveva pubblicamente riferito l’inesistenza di prove che
Saddan Hussein vi avesse acquistato dell’uranio. Certo, Karl Rove non è stato
ancora incriminato per il suo coinvolgimento nello stesso progetto di
screditare Wilson, ma il Pubblico ministero speciale ha fatto capire con
estrema chiarezza che questa resta una possibilità reale. All’orizzonte grava
un’inchiesta sulle false dichiarazioni dei redditi del senatore Bill Frist,
capogruppo della maggioranza repubblicana, relativamente a vendite di azioni. E
dovremmo ricordare che le incriminazioni qualche tempo dopo portano a processi,
in tempo per ricordare a tutti i misfatti dopo che la pubblicità iniziale si è
esaurita.
Poi è venuto
il fiasco della nomina alla Corte suprema. Cercando di evitare una lotta
all’ultimo sangue al Senato sulla nomina alla Corte, Bush ha scelto il suo
avvocato, Harriet Miers. I suoi sostenitori più conservatori, che dubitavano
delle credenziali conservatrici della candidata, sono immediatamente saltati
addosso al presidente. Bush ha detto fidatevi di me, e loro hanno risposto non
ci fidiamo di te, perché l’unica cosa che ci interessa è eliminare il diritto
all’aborto, molto più importante per noi dell’appoggio a George W. Bush, e non
siamo sicuri della Miers. Hanno imposto il suo ritiro, un’umiliazione per Bush.
Ora il presidente ha dovuto nominare una persona gradita ai conservatori,
Samuel Alito, e così avrà al Senato la battaglia che voleva evitare. Che Alito
sia confermato o meno, il punto politico essenziale è stato enunciato dall’ex
senatore della Louisiana John Breaux, in democratico piuttosto conservatore,
che ha notato la conseguenza per i Repubblicani nel Congresso: "Significa
che il fattore paura non c’è più."
E poi,
ciliegina sulla torta, il presidente dell’Iran ha scelto questo momento per
fare marameo agli Stati Uniti facendo pubblicamente appello alla distruzione di
Israele come stato. Certo, questa è politica ufficiale iraniana da quasi
trent’anni, ma riaffermarla adesso in modo così evidente è stato semplicemente
un dire a Bush: "Ti sfido a farci qualcosa." Nel frattempo, in
Israele, la tregua molto temporanea fra i Palestinesi e il governo israeliano
sembra essere crollata.
Bush può fare
qualcosa per recuperare? Beh, ovviamente, ci sta provando con la nomina di
Alito. Ma anche se Alito sarà confermato, il merito non andrà a Bush. Bush può
invadere l’Iran?. Ovviamente no. E ottenere una risoluzione del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU per sanzionare la Siria, se ci riuscirà, è robetta. Se si
scorre la lista di quello che è andato storto in ottobre, ogni punto continuerà
a perseguitare Bush: perdite crescenti in Iraq, instabilità politica nel
governo iracheno, processi che in ogni caso coinvolgeranno il suo governo, una
furiosa battaglia sociale sulla Corte Suprema, e la sfida aperta iraniana (e
nordcoreana).
Perfino i
politici amici stanno abbandonando la nave che affonda. Il Primo ministro
italiano Silvio Berlusconi, uno dei pochi alleati ferventi di Bush in Europa,
ma lui stesso nei guai per le sue elezioni imminenti, ha scelto questo momento
per annunciare con molta pubblicità che aveva inutilmente cercato di convincere
Bush a non invadere l’Iraq. E il senatore Trent Lott, ex capogruppo della
maggioranza repubblicana, ha sostenuto che Bush ha bisogno di “volti nuovi” fra
i suoi assistenti più vicini e nel governo.
Nel partito
repubblicano, la reazione di chi si prepara a concorrere ad elezioni è stata
quella di prendere le distanze da Bush. Una volta, non molto tempo fa, tutti
volevano che Bush partecipasse alla loro campagna elettorale. Ora i candidati
stanno attenti a non invitarlo. La capacità di Bush di essere un leader, a
livello nazionale o internazionale, è gravemente, forse irreparabilmente
danneggiata.
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