Fernand Braudel Center, Binghamton University

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174, 1 Dicembre 2005

Le sommosse francesi: la ribellione dei sottoproletari

Nel novembre 2005 la Francia ha assistito a una ribellione del suo sottoproletariato durata circa due settimane. In tutto il paese gruppi di giovani, di origine principalmente nordafricana o nero-africana, ha incendiato automobili e gettato pietre contro la polizia. In un certo senso, questo è il tipo di insurrezione che si va verificando in tutto il mondo negli ultimi decenni. Però ha avuto anche spiegazioni particolari alla Francia. È esplosa come una fenice. È stata soppressa dalla forza dello stato. È tutt’altro che finita.

La storia immediata è semplicissima. Tre giovani hanno visto la polizia che fermava altri giovani e chiedeva loro la carta d’identità. Si tratta di una cosa abituale in Francia per i giovani “di colore” che vivono nei fatiscenti, segregati condomini a torre delle “banlieues” (le periferie, dove sono localizzati i ghetti francesi). Questi complessi immobiliari ospitano giovani in larga parte disoccupati e scarsamente educati con scarse prospettive di lavoro, di mobilità verso l’alto, o anche di attività non lavorative (sport, centri culturali). I giovani scappano dai controlli d’identità in primo luogo perché sono fermati spesso senza motivo e portati nelle stazioni di polizia, dove frequentemente vengono vessati e ci restano molte ore finché i loro genitori non arrivano per riportarli a casa.

In questo caso particolare, i giovani hanno scavalcato un muro e si sono ritrovati in una stazione elettrica, dove due di loro sono rimasti folgorati. Questa è stata la scintilla della ribellione. Si è trattato di una ribellione contro la povertà, la mancanza di lavoro, il comportamento razzista della polizia francese, e soprattutto il fatto di non essere accettati come i cittadini che nella maggior parte dei casi sono e come la minoranza culturale che sentono di avere il diritto di rimanere. Il governo francese è sembrato preoccupato in primo luogo di reprimere la ribellione, e alla fine c’è riuscito. Il fatto che il primo ministro e il ministro dell’interno siano rivali accaniti per la futura candidatura alla presidenza del partito di governo ha assicurato che nessuno di loro sembrasse morbido con la ribellione dando così un vantaggio all’altro.

Mi meraviglia sempre che la gente sia sorpresa quando i sottoproletari si ribellano. La cosa sorprendente è che non lo facciano più spesso. La combinazione dell’oppressività di povertà e razzismo con la mancanza di una speranza visibile a breve o anche a medio termine certamente è una ricetta per la ribellione. Ciò che frena la ribellione è la paura della repressione, ed è per questo che di solito la repressione è veloce. Ma la repressione non fa mai scomparire la rabbia. Il primo ministro Dominique de Villepin dice che questa insurrezione non è stata grave come quella a Los Angeles nel 1992 in cui 54 persone morirono e 2000 rimasero ferite. Forse è così, ma certo non è una cosa di cui vantarsi.

In tutto il mondo oggi, le aree metropolitane sono piene di persone che corrispondono al profilo dei ribelli francesi: poveri, senza lavoro, socialmente emarginati e definiti come “diversi” – e dunque arrabbiati. Se sono adolescenti, hanno l’energia per ribellarsi e non hanno neanche le responsabilità familiari minime che potrebbero trattenerli. Inoltre, la rabbia è ricambiata. Chi appartiene alla maggioranza più agiata teme questi giovani appunto per le caratteristiche che hanno. Chi sta meglio sente che i giovani poveri tendono ad essere anarchici e “diversi”. Così, molti dei più agiati (forse non tutti) tendono ad approvare misure forti per contenere queste ribellioni, compresa la totale esclusione dalla società, perfino dal paese..

La Francia in un certo senso è una versione esagerata di ciò che troviamo altrove – non solo in Nordamerica e nel resto d’Europa, ma in tutto il Sud in paesi come Brasile, Messico, India, Sudafrica. Anzi, è difficile pensare a un paese dove questo problema non esista. Con la Francia il problema è che troppi dei suoi cittadini hanno a lungo negato a se stessi che questo sia un problema anche francese.

La Francia si autodefinisce come il paese dei valori universali, dove la discriminazione non può esistere perché chiunque può diventare un francese se è pronto a integrarsi pienamente. La realtà è che la Francia è sempre (sì, ho detto sempre) stata un paese di immigrazione. Nei giorni dell’Ancien Régime e perfino nella prima metà del diciannovesimo secolo, francesi di lingua non francese (50% fino alla rivoluzione) emigravano a Parigi e nelle altre città del nord. Successivamente furono gli italiani, i belgi e i corsi. Poi vennero i polacchi, quindi i portoghesi e gli spagnoli. E più o meno negli ultimi 40 anni, massicciamente, i nordafricani, i neri africani, e i cinesi provenienti da quella che prima era l’Indocina francese.

La Francia è un paese multiculturale par excellence che vive ancora il sogno giacobino dell’uniformità. Il numero di cattolici praticanti sta crollando vertiginosamente mentre il numero dei musulmani praticanti aumenta ogni giorno. La maggiore conseguenza è stato un dibattito allucinante durato più di un decennio su cosa fare per le giovani ragazze musulmane che vogliono avere i capelli coperti quando vanno a scuola. La destra razzista ha visto il foulard come un affronto alla francesità e, se bisogna dire la verità, al cristianesimo. La sinistra classica (o almeno una sua gran parte) lo ha visto come una sfida alla sacrosanta laicité. Le due parti si sono unite per mettere fuori legge il foulard (e per essere equilibrati, anche i simboli cristiani ed ebrei “voluminosi”). Così, un certo numero di ragazze musulmane è stato espulso dalla scuola. E si è pensato che la questione fosse in qualche modo risolta.

Quel che è stato notevole in questa ribellione in Francia è che non si è focalizzata su problemi religiosi. Per esempio, non ha prodotto filippiche antisemite. Dato che la Francia ha un gran numero di ebrei poveri che vivono negli stessi complessi residenziali, da almeno due decenni ci sono state tensioni musulmano-ebraiche, o piuttosto palestinesi-israeliane. ma quel problema è stato messo da parte. La ribellione francese è stata un’insurrezione di classe spontanea. E come la maggior parte delle insurrezioni spontanee, non ha potuto resistere molto a lungo. Però, come per la maggior parte delle ribellioni, la possibilità di un suo ripetersi non scomparirà finché le grosse disuguaglianze non saranno superate. E non sembra che le autorità francesi (o del resto le autorità altrove in tutto il mondo) facciano uno sforzo troppo grande per superare le disuguaglianze. Siamo in un’epoca di disuguaglianze che si accentuano, invece di diminuire. E quindi, siamo in un’epoca di ribellioni in aumento, invece che in diminuzione.

Immanuel Wallerstein

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