Fernand Braudel Center, Binghamton University

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175, 15 dicembre 2005

Perdersi d’animo in Iraq

In risposta alla sensazione in continua crescita che per gli Stati Uniti in Iraq le cose stiano andando male, anzi, secondo molti, che in realtà stia perdendo la guerra, il governo americano ha lanciato una campagna per convincere tutti che non è così. Nel novembre 2005 il Consiglio per la sicurezza nazionale USA ha pubblicato, con grandi squilli di tromba, un documento intitolato “Strategia nazionale per la vittoria in Iraq.” E il presidente Bush ha rumorosamente promosso questa posizione in discorsi pubblici.

Ciò che il documento sostiene è che questa vittoria si sta verificando, ma in diverse fasi, che questa vittoria è un interesse vitale degli USA, che gli USA hanno strategia assolutamente chiara per la vittoria, ma che questa vittoria richiederà tempo. La frase chiave in questo verboso documento, che evade ogni analisi concreta di ciò che sta effettivamente accadendo, è una citazione dal discorso del presidente Bush del 6 ottobre 2005: “In Iraq, non c’è pace senza vittoria. Non ci perderemo d’animo, e otterremo questa vittoria.”

Non ci perderemo d’animo, dice Bush. Ma il suo Rasputin, il vicepresidente Cheney, non è così sicuro, poiché afferma continuamente che i critici americani dell’amministrazione Bush, per quanto leggera sia la loro critica, stanno minando questo “animo” e rischiano di far perdere agli USA la loro risolutezza. Il numero di senatori e rappresentanti repubblicani al Congresso preoccupati che i votanti si siano già persi d’animo e possano votare contro di loro sembra aumentare a un ritmo rapidissimo, e ciò sembra avere un grande impatto sull’“animo” di questi politici repubblicani.

Quando il rappresentante John Murtha, ex-Marine e a lungo un solido falco, ha chiesto il ritiro dall’Iraq, la maggior parte dei commentatori ha ritenuto che la sua fosse la voce ufficiosa di un gran numero di alti ufficiali militari che non possono dare sfogo pubblicamente alle loro preoccupazioni. È perdersi d’animo da parte loro? Né Murtha né questi occulti alti ufficiali la definirebbero in questo modo. Vedono una situazione in cui gli USA non saranno in grado di ottenere il tipo di vittoria di cui Bush sta parlando, e credono che restando in Iraq le forze armate americane vengono indebolite come forze militari in grado di fare il proprio lavoro altrove nel mondo. Vogliono ridurre le proprie perdite prima che le forze armate degli USA ne subiscano ancora di più.

Ora sembra chiaro che praticamente ogni membro della coalizione guidata dagli USA che abbia forze militari in Iraq intende ridurne il numero, se non ritirarle completamente, nel 2006. Sembra abbastanza chiaro che gli stessi Stati Uniti lo faranno. Naturalmente nessuno ammette di perdersi d’animo, ma l’opinione pubblica in patria e le elezioni imminenti stanno facendo sentire il loro peso.

E gli iracheni? Ci sono due gruppi principali di iracheni – quelli che stanno combattendo energicamente le forze americane e tutti gli iracheni che si pensa collaborino con loro, e gli altri. In questo documento USA si dice che quelli che stanno combattendo energicamente gli americani sono costituiti da tre gruppi: “respingitori” (arabi sunniti che non hanno “abbracciato” i cambiamenti); saddamisti (che vogliono restaurare il vecchio regime), e terroristi affiliati ad al Qaeda o da questa ispirati. Secondo questo documento, gli Stati Uniti hanno più o meno abbandonato le ultime due categorie ma sperano di convincere “molti” del primo gruppo a ridurre la loro opposizione. Tuttavia non sembrano esserci molti segni che ciò stia accadendo. In breve, quelli che gli USA chiamano loro “nemici” non sembrano essersi persi d’animo, o aver perso la propria competenza nel combattere.

Ma gli altri iracheni? Qui gli Stati Uniti sembrano contare sulle nuove forze di sicurezza irachene, presumibilmente sotto l’autorità del nuovo governo iracheno. Dico presumibilmente perché è ovvio che queste forze di sicurezza sono profondamente infiltrate sia dai “nemici” degli USA che da varie milizie – due tipi di milizie kurde, e almeno tre tipi di milizie sciite – che sotto la copertura dell’esercito nazionale stanno perseguendo i propri obiettivi. Gli USA dicono di contare su queste forze di sicurezza perché si accollino il loro compito di combattere il “nemico” – cioè, chi rifiuta ogni legittimità all’invasione americana dell’Iraq.

Ma l’obiettivo di chi controlla varie parti delle nuove forze di sicurezza è davvero lo stesso del regime di Bush? Intendono essere “un partner a pieno titolo nella guerra globale al terrorismo” – l’obiettivo a lungo termine degli USA secondo questo documento? Ciò è credibile più a lungo termine? Anche se chi sta nel nuovo governo adesso ci starà fra due anni (in se stessa una dubbia affermazione), perché dovrebbe voler svolgere questo ruolo quando ciò può solo rendere più difficile la creazione di una situazione politica anche solo moderatamente stabile in Iraq?

E infine, fra vincitori e perdenti, gli osservatori prestano più attenzione alla possibilità che il grande vincitore sarà l’Iran. Non è nemmeno che un governo dominato dagli sciiti in Iraq sarà in un qualche senso un fantoccio degli iraniani. È semplicemente che non vorrà avere in nessun caso un ruolo ostile all’Iran, e quindi non potrà, non vorrà, essere favorevoli agli obiettivi americani nei confronti dell’Iran.

Non chiedete per chi suona la campana in Iraq. Suona per George W. Bush, e per gli Stati Uniti. Bush ha affermato di essere andato in Iraq per non dover combattere questa “guerra” sul suolo americano. Ma sta accadendo il contrario. Il disordine sta arrivando sul suolo americano, e con gli interessi. Una delle affermazioni relative al motivo per cui gli USA non dovrebbero ritirarsi subito dall’Iraq è che ciò potrebbe causare una guerra civile irachena. Ma nessuno discute che tipo di guerra civile potrebbe svilupparsi in questo momento negli Stati Uniti.

 

Immanuel Wallerstein

 

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