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180, 1 marzo 2006
Grosse
nubi di tempesta che si vanno addensando
Il livello di agitazione sta crescendo ovunque, e mai il sistema-mondo è stato più anarchico di oggi. Potremmo superare il limite.
L'attentato alla moschea Askari in Iraq ha prodotto non solo un'immediata e cospicua impennata della violenza fra i gruppi in Iraq, ma probabilmente ha fatto deragliare gli sforzi dell'ambasciatore americano, Zalmay Khalilzad, per ottenere la partecipazione sunnita al governo iracheno. Questo potrebbe significare il mancato raggiungimento del voto con una maggioranza dei due terzi necessario per creare il governo, e quindi nuove elezioni, che sarebbero molto difficili da organizzare nel clima attuale. Allo stesso tempo, l'esercito americano ha retrocesso l'unica unità irachena precedentemente ritenuta capace di operazioni militari senza appoggio degli USA a una che ancora ha bisogno di tale appoggio. Gli Stati Uniti ora vengono apertamente criticati – anzi attaccati – dai principali partiti sciiti, creando per la prima volta un'ostilità pan-irachena alla presenza e agli obiettivi americani in Iraq. E a Bassora adesso i britannici sono limitati nella loro capacità di controllare la situazione quanto gli americani a Baghdad.
Chiunque, ovunque sta discutendo il problema delle famose vignette pubblicate dal Jyllands-Posten in Danimarca. La maggior parte della discussione nel mondo occidentale non ha colto il punto. Tutti sembrano parlare del problema della libertà di stampa contro la responsabilità della stampa. Questo è un vecchio dibattito, e francamente piuttosto estraneo al problema principale del momento. Il problema principale è motivo per cui la gente è così estremamente agitata su questo problema, non solo nel mondo musulmano ma nel mondo occidentale. Sembra esserci qualcosa di più del solito problema della blasfemia.
Sembra chiaro che la pubblicazione danese delle vignette,e la loro ripubblicazione da parte di numerosi altri giornali occidentali, rifletta per lo meno esasperazione nei confronti delle popolazioni musulmane in quei paesi, e per molti un'aperta xenofobia razzista. Paura e rabbia abbondano. E c'è un crescente numero di persone in Danimarca, ma non solo in Danimarca, a cui piacerebbe liberare in qualche modo il proprio paese dalla popolazione musulmana, o almeno arrestarne l'afflusso.
E la violenta reazione per tutto il mondo musulmano riflette qualcosa di più del semplice problema di una protesta contro la rappresentazione visiva di Maometto. Le vignette sono piuttosto la scusa per l'espressione di un livello di rabbia e paura dell'intrusione occidentale che ha traboccato. I tentativi dei governi musulmani di incanalare questa rabbia, guidando essi stessi l'attacco ha avuto l'effetto opposto in quanto i dimostranti adesso si sono rivolti contro di loro, come in Pakistan, dove quelli che un tempo erano i sostenitori islamici del presidente Musharraf ora stanno chiedendo le sue dimissioni.
Nel frattempo, il governo degli USA viene assalito nel mondo occidentale a un livello ignoto in precedenza. Improvvisamente il carcere a Guantanamo è una materia di diffusa preoccupazione, e condanna. Questo non proviene semplicemente dai soliti critici di sinistra del regime di Bush, ma dai governi di Gran Bretagna, Francia e Germania, dalle Nazioni Unite, e da gruppi di attivisti per i diritti umani in tutto il mondo. Tutti stanno chiedendo la chiusura immediata della base, e o il processo dei carcerati o il loro rilascio. Il loro linguaggio è improvvisamente molto forte (non che il governo di Bush sia disposto a cedere).
L'esplosione di rabbia sulla possibilità che un'azienda del Dubai possiederà parte delle attività nei porti americani è in parte un gioco elettorale interno agli USA, ma in parte una questione di isteria irrazionale su arabi che possiedano qualcosa negli Stati Uniti. La sicurezza nei porti è certamente rilassata, però non sono le aziende che possiedono le attività ma la Guardia Costiera e lo U.S. Department of Homeland Security che garantiscono la sicurezza, e continuerebbero a farlo, per quanto male lo siano andati facendo.
Quello che sembra il colpo culminante per il regime di Bush è che autorevele esponente del movimento conservatore negli Stati Uniti, William Buckley, scriva un articolo nella principale rivista del conservatorismo, National Review, in cui dice: "Non si può dubitare che gli obiettivi americani in Iraq siano falliti." E chiede il "riconoscimento della sconfitta." Se uno dei leader del campo favorevole alla guerra vuole riconoscere la sconfitta, Bush è davvero in guai enormi. Ma significa anche che le cose stanno crollando negli Stati Uniti. Nelle parole di William Butler Yeats, quando “crolla ogni cosa, il centro più non tiene [things fall apart, the centre cannot hold]."
Finora la reazione della cricca neo-con nel regime di Bush, guidata dal Vicepresidente Cheney, lui stesso sempre più nei guai con il pubblico americano, è stata quella di tuffarsi in avanti come se nulla fosse successo. Stanno sostenendo la guerra contro l'Iran (è improbabile che riusciranno anche solo a lanciarla, ma comunque...). E adesso Cheney vuole che gli USA, che hanno accumulato un nemico dopo l'altro, sfidino anche Putin e la Russia. Cheney è il Sansone degli Stati Uniti, che sta abbattendo il tempio. Potrebbe riuscire a suscitare solo una guerra civile americana.
Immanuel Wallerstein
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