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Commentary
182, 1 aprile 2006
"Immigrazione: reazione alla reazione?"
La storia dell’immigrazione nel mondo
moderno è ormai una storia lunga e ripetitiva. Le persone emigrano, legalmente o illegalmente,
per ragioni ovvie. Le due principali sono il miglioramento economico e la fuga
dalla persecuzione. Le persone emigrano
dove possono, e dove le prospettive economiche e politiche per loro sono
migliori. Si tratta di un importantissimo processo mondiale, specialmente se si
aggiungono le migrazioni da aree rurali ad aree urbane all’interno di uno
stesso stato.
I paesi/aree destinatari sono sempre stati
ambivalenti verso questi immigrati.
Da una parte, possono soddisfare necessità di forza lavoro aggiuntiva, a un
livello relativamente non qualificato o in particolari nicchie qualificate.
D’altra parte, gli immigrati introducono
abitudini culturali diverse da
quelli dell’area in cui emigrano, e
a volte sono restii a sbarazzarsene.
Così, abbastanza spesso nei luoghi di
destinazione c’è una reazione negativa. Gli immigrati sono accusati di molti
peccati. Alcuni sono economici, come sottrarre posti di lavoro alle popolazioni
autoctone oppure far diminuire i livelli retributivi. Alcuni sono sociali, come
dedicarsi a pratiche culturali
viste come abominevoli dagli “autoctoni”, oppure accrescere il livello di criminalità.
Quando la situazione mondiale o locale è
in genere di accresciuta disoccupazione per via della stagnazione
nell’economia-mondo, i presunti peccati diventano più un problema pubblico e c’è una pressione popolare (o
populista) per approvare leggi che limiteranno in qualche modo l’ingresso
all’area/paese, criminalizzeranno l’immigrazione illegale, e in qualche modo
espelleranno gli immigrati (o una loro gran parte).
Ciò si sta verificando adesso
drammaticamente negli Stati Uniti, ma non solo negli Stati Uniti. Questa reazione è stata un fenomeno politico
in buona parte dell’Europa, ed anche in varie zone di destinazione nel resto
del mondo, come per esempio il Sudafrica. Quando accade, come ora negli Stati
Uniti, le due parti contrapposte sono facili da distinguere.
Chi è a favore di una rigorosa azione
dello stato contro gli immigranti (e
non solo contro gli immigranti illegali)
si esprime in un linguaggio xenofobo, e ottiene un appoggio basato su un
generalizzato senso di insicurezza economica e sociale nelle classi medie e fra
i lavoratori. Questo gruppo tende a favorire l’erezione di muri ed espulsioni
di vario genere. Di solito è localizzato in forze politiche tendenzialmente
conservatrici ma attrae appoggio da alcuni gruppi che normalmente appoggiano
partiti tendenzialmente a sinistra.
Chi si appoggia a una rigorosa azione
dello stato in realtà è diviso in due gruppi piuttosto diversi. Ci sono le
élite economiche che accolgono con piacere gli immigranti nella convinzione che ciò permetta loro di mantenere bassi i
salari. E fino a un certo punto hanno ragione. Così vogliono che gli immigranti
abbiano il diritto di entrare e lavorare. Ma non sono ansiosi che gli
immigranti abbiano i diritti
politici, che permetterebbero loro di lottare per remunerazioni più alte. Il
secondo gruppo è totalmente opposto. È composto dai gruppi presi di mira,
più chi a sinistra favorisce l’aumento, non la diminuzione, dei diritti
sociali e politici per gli immigrati.
Come ho osservato, questa è una vecchia
storia nel mondo moderno. Quello che oggi potrebbe essere diverso è che c’è
l’inizio di una reazione alla reazione. In Francia, lo scorso novembre, c’è
stata un’importante “ribellione dei sottoproletari” – giovani nei ghetti che insorgono per chiedere il loro posto al sole (si veda “Le sommosse francesi: la ribellione dei
sottoproletari” <http://www.zmag.org/Italy/wallerstein-sommessefrancesi.htm>). La
ribellione, mentre ha scosso
il governo, che ha potuto contenerla solo dopo un mese di sforzi, non ha
suscitato un vasto appoggio fra la sinistra francese, che la ha osservata ma
non vi ha aderito. Negli Stati Uniti, l’approvazione di una legislazione molto
repressiva ad opera della Camera dei rappresentanti ha provocato la più grande
dimostrazione che si sia mai verificata su questo problema. Mezzo milione di latinoamericani ha marciato a Los
Angeles (e numeri minori in altre città) per protesta. Finora, la sinistra USA
ha osservato ma non ha aderito.
Ma poi, guardate cos’è successo in Francia
nel marzo di quest’anno. Il governo ha introdotto senza consultare nessuno una
misura che adotta il cosiddetto Contrat Première Embauche (CPE o
“Contratto di prima occupazione”), che autorizza le imprese ad assumere giovani
con meno di 26 anni e permette loro di licenziarli senza giustificazioni entro i primi due
anni di lavoro. Questo ha creato un’importante eccezione al droit du travail
(diritto al lavoro), una delle maggiori conquiste
dei lavoratori francesi negli anni successivi al 1945. Dal punto di vista del
governo, questa era in parte una risposta alla ribellione di novembre, fra le
cui rimostranze c’era il tasso
di disoccupazione giovanile estremamente alto nei ghetti. Ma, naturalmente,
alleggerire il droit du travail è da molto tempo una delle maggiori
richieste dell’associazione dei datori di lavoro (MEDEF), e questa legge è stata
vista da loro (come alcuni hanno pubblicamente riconosciuto) come un primo
passo nella completa eliminazione delle garanzie occupazionali in genere.
Appena il CPE è stato adottato, c’è stata
un’importantissima reazione – dagli studenti, dai sindacati, e, sì, dai ghetti.
Le dimostrazioni pubbliche sono state massicce. La lotta politica è in corso,
ma sembra probabile che il governo sarà costretto a fare marcia indietro.
Tuttavia, ciò che è veramente importante in quanto sta accadendo in Francia è
che una reazione relativa ai diritti e alle opportunità economiche degli
immigranti si è allargata a una reazione relativa al neoliberalismo e al suo
impatto sul complesso della popolazione. Questo significa che il problema che
riguarda principalmente una minoranza della popolazione è stato trasformato in
un problema che riguarda la maggioranza della popolazione. Quel che è accaduto
in Francia potrebbe ben accadere negli Stati Uniti.
Immanuel Wallerstein
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