Fernand Braudel Center, Binghamton University

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Commentary No. 183, 15 aprile 2006

"Attacco all’Iran: possono fare sul serio?"

Da qualche tempo vado sostenendo che i discorsi su un attacco americano all’Iran sono essenzialmente spacconate, e che questo attacco non potrebbe accadere perché sarebbe totalmente irrazionale dal punto di vista degli Stati Uniti e a causa della forte opposizione dei vertici delle forze armate. Eppure pochi giorni fa Seymour Hersh ha scritto un articolo sul New Yorker, in cui espone le preoccupazioni e i timori dei vertici militari USA che un tale attacco sia realmente previsto dal presidente Bush. E nel quale, cosa ancora peggiore, dice che, in diretta risposta ad obiezioni militari, il presidente non escluderebbe l’uso di armi nucleari tattiche per penetrare in profondità nei bunker dove sono conservati gli apparati nucleari.

Questo articolo ha attirato una copertura giornalistica di entità straordinaria. E storie simili sono poi apparse sul Washington Post e sulla Associated Press. Immediatamente, il Presidente ha detto che si trattava di una “speculazione delirante”, anche se non ha dichiarato che questa opzione era impensabile. Il Ministro degli esteri della Gran Bretagna, Jack Straw, tuttavia ha affermato che un attacco all’Iran era “inconcepibile” e i progetti di usare armi nucleari “completamente folli”.

E allora a chi dobbiamo credere? Hersh, è ben noto, ha coltivato rapporti di lunga data con figure militari di alto grado (così come con figure di alto livello della CIA), e ha un ottimo curriculum di rivelazioni di cose che risultano poi vere. Il Presidente negli ultimi cinque anni ha messo insieme un pessimo curriculum quanto al dire la verità. E il curriculum di Jack Straw non è poi tanto migliore. Così, ci tocca almeno esaminare gli argomenti.

Perché un attacco sarebbe irrazionale – insisto, dal punto di vista degli Stati Uniti – mi sembra chiarissimo. In primo luogo, in un momento in cui le energie militari degli USA sembrano insufficienti a fare quello che gli Stati Uniti stanno cercando di fare in Afghanistan e in Iraq, un attacco all’Iran solleciterebbe ancora di più le risorse militari, e forze ben al di là del punto di rottura. In secondo luogo, secondo tutte le analisi che ho letto, le difese iraniane sono così ben realizzate e geograficamente distribuite che nessun attacco aereo (per quanto massiccio) potrebbe spazzarle via completamente. Al massimo potrebbe rallentare il processo.

Poi c’è la risposta iraniana. Anche se non sono ancora in condizione di lanciare da nessuna parte i propri ordigni nucleari, gli iraniani hanno una forte influenza in Afghanistan e specialmente in Iraq. In questi paesi possono scatenare ulteriore caos, e l’attacco può spingere elementi moderatamente pro-americani, come alcuni degli Sciiti in Iraq, a un atteggiamento attivamente negativo.

E poi ci sono le ricadute. Chiaramente, un tale attacco non intimidirebbe potenziali proliferatori nucleari. Li farebbe accelerare tutti. L’Iran può passare rapidamente da uno stato tenuto un po’ a distanza dagli stati arabi ad essere un eroe del mondo musulmano, con tutte le conseguenze che questo avrà negli stati del Golfo, in Arabia Saudita, in Libano, in Palestina, e perfino in Egitto.

Non dimentichiamo il petrolio. Lo sconvolgimento dell’offerta iraniana – una porzione importantissima del petrolio mondiale – quasi certamente aumenterebbe i prezzi del petrolio dal loro attuale tetto di circa 60 dollari il barile a 100 dollari. E questo avrà conseguenze incalcolabili e imprevedibili per l’economia-mondo, non ultimo per l’economia degli USA.

Gli alleati? Perfino l’alleato fedele, la Gran Bretagna, ha indicato con molta forza agli Stati Uniti che non è favorevole a un attacco militare, per quanto sia impegnata a cercare di non far entrare in possesso di armi nucleari l’Iran.

E infine c’è l’impatto complessivo sulla posizione degli USA nel mondo. Proprio questa settimana, il think tank francese sugli affari esteri, l’IRIS, ha redatto un bilancio dell’invasione USA dell’Iraq. Viene definito “quasi-catastrofico” per gli USA, avendo come risultato che “l’iperpotenza” è diventata “ipercoinvolta e iperimpopolare”. Ai francesi piace usare il prefisso “iper-” per indicare un gradino più in alto del prefisso “super-”. In breve, dopo tre anni di quasi-catastrofe, perché gli Stati Uniti cercherebbero di peggiorarla ancora?

Eppure, malgrado tutto ciò, sembra che gli alti gradi militari americani siano profondamente preoccupati. Hersh dice che il Joint Chiefs of Staff [Consiglio dei capi di Stato Maggiore di tutte le forze armate USA, ndt.] sta prendendo in considerazione una lettera formale di opposizione al Presidente. Il mese scorso una serie di generali di alto grado che hanno servito in Iraq hanno chiesto le dimissioni del Segretario Rumsfeld. La scelta del momento non può essere stata accidentale.

Ma allora perché questi ufficiali sono spaventati? Hersh ci dà una spiegazione. Pensano che il presidente Bush ha un complesso “messianico”. Come sappiamo, la gente con complessi messianici è pericolosa, specialmente se ha sotto mano armi nucleari e controlla il più forte macchinario militare del mondo.

Eppure, questo basta? Quale che sia il caso di Bush, dobbiamo conoscere anche le motivazioni di chi gli sta intorno – i militaristi e gli intellettuali neo-conservatori. Cosa possono ripetere a se stessi che controbilanci tutti gli ovvi argomenti contro un intervento militare? Un punto è che non hanno niente da perdere. Se gli Stati Uniti non interverranno, di certo l’Iran presto avrà armi nucleari. E l’entourage di Bush non è affatto rassegnato a questa prospettiva, perché sicuramente ridurrebbe l’influenza politica degli USA nella regione. Ma una riduzione dell’influenza USA vale Armageddon?

Poi, alcuni di loro potrebbero pensare in termini strettamente elettorali. Un attacco, se sferrato al momento opportuno, potrebbe aumentare temporaneamente i livelli di approvazione di Bush, disorientare i democratici già troppo favorevoli alla guerra, e bastare a garantire la vittoria repubblicana nelle elezioni al Congresso del 2006, escludendo così l’idea dell’impeachment.

E c’è Israele. Il governo israeliano e i suoi amici negli Stati Uniti affermano apertamente di non poter accettare l’idea di un Iran nucleare e da tempo hanno minacciato un attacco aereo se necessario. Che abbiano ancora meno possibilità di farcela degli Stati Uniti significa solo che si sono concentrati sul farlo fare agli USA. La difesa di Israele è stata una preoccupazione di primaria importanza per gli Stati Uniti, e specialmente per il regime di Bush. E perché gli israeliani hanno tanta paura? Pensano veramente che l’Iran li bombarderà? Ne dubito, ma pensano che se non sono la potenza militare di gran lunga più forte in Medio Oriente, la loro forza politica è diminuita. E naturalmente hanno ragione.

E allora, gli Stati Uniti attaccheranno o no? In genere, tendo a pensare che nella maggior parte delle decisioni politiche vince la razionalità, ma a volte non è così. O forse alcuni non hanno un complesso messianico, ma un complesso di Sansone.

Immanuel Wallerstein

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