Fernand Braudel Center, Binghamton University

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187, 15 giugno 2006

Quanto si è spostata a sinistra l’America latina?

La discussione sullo spostamento a sinistra dell’America latina negli ultimi anni riflette tutta la confusione, a livello mondiale, su cosa significhi essere a sinistra nel ventunesimo secolo. La confusione è fra tutte le tendenze dell’opinione politica mondiale. Esistono sono varie spiegazioni di questa confusione. La ragione più ovvia è che persone diverse misurano cose diverse come criterio di spostamento a sinistra. La seconda è che nessuna tendenza politica del genere è perfettamente lineare. Riflette sempre alti e bassi, ma questo non significa che non ci sia una tendenza complessiva. E la terza ragione è che i politici notoriamente parlano molteplici linguaggi a diversi uditori, ma questo non significa che non si possano individuare linee di fondo.

La prima cosa da fare per distinguere fra criteri è vedere se stiamo parlando della posizione di un dato regime su problemi geopolitici o della sua politica interna. Naturalmente le due cose sono legate. Tuttavia i regimi non sono necessariamente coerenti. Per l’America latina il maggiore problema geopolitico è il rapporto e l’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti. Non sembra essere molto in discussione il fatto che, su questo punto, la grande maggioranza degli stati latinoamericani si è spostata molto dopo il 2000. Basta chiederlo al Dipartimento di Stato: questo è perfettamente consapevole che la sua voce non è più ascoltata con il rispetto e il timore di una volta. Non si tratta solo dei toni aspri di Chávez. È una cosa che possiamo vedere perfino nelle azioni incostanti e nelle idee in larga misura centriste dell’attuale governo dell’Ecuador. Il fatto è che candidati apertamente di destra non vincono più elezioni, se non in Colombia. Questo appena un decennio fa semplicemente non era vero.

La seconda cosa da osservare è la posizione dei vari regimi su questioni connesse all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), al Fondo monetario internazionale (FMI), e alle molteplici proposte di accordi sul libero scambio offerti dagli Stati Uniti. Se l’OMC è frustrata nei suoi negoziati attuali, se l’FMI conta molto meno di un decennio fa, e se gli Stati Uniti non riescono ad arrivare da nessuna parte con la Free Trade Area of the Americas (FTAA) da loro proposta, ciò è dovuto in larga parte ai numerosi governi di "centro-sinistra" in America latina che hanno messo i bastoni fra le ruote. Non è opera di Cuba, ma del Brasile e dell’Argentina. Perfino in Perù il presidente appena eletto, Alan Garcia, un saldissimo centrista che ha sconfitto Ollanta Humala (apertamente appoggiato da Chávez), ha detto nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria che avrebbe rivisto criticamente ogni clausola del trattato di libero scambio bilaterale che il precedente governo peruviano stava negoziando con gli Stati Uniti.

Chi critica da sinistra i vari nuovi regimi latinoamericani tende a sottolineare quel che hanno fatto in politica interna più che le loro posizioni geopolitiche. Esistono svariati problemi “interni” critici. Il primo è costituito dai diritti delle cosiddette popolazioni indigene. Da più di due secoli questo è un problema politico nei paesi latinoamericani. Ma è solo oggi che comincia ad esserci un passo avanti in termini di loro diritti. Questo è in larga parte il risultato dell’accresciuta consapevolezza e mobilitazione politica di queste popolazioni.

Naturalmente, ciò varia da paese a paese. E la potenza delle popolazioni indigene è in parte connessa alla loro forza demografica. Eppure, osservate cosa è successo e sta succedendo. In diversi paesi sono stati eletti candidati alla presidenza di origini indigene. La loro mobilitazione è stata un fattore cruciale nell’elezione di Evo Morales, lui stesso di origini indigene, in Bolivia. La loro mobilitazione ha reso difficile all’Ecuador rimanere nella sua posizione politica tradizionalmente di destra. Non abbiamo certo bisogno di menzionare il caso ovvio del Messico, che ora vive ed opera nel contesto di una situazione fondamentalmente cambiata dalla ribellione zapatista. Perfino in un paese che ha una percentuale piuttosto ridotta di popolazioni indigene, come il Cile, la loro lotta è diventata adesso uno dei maggiori problemi che il governo deve affrontare.

Il secondo problema, spesso strettamente associato al primo, è quello della riforma agraria. Qui i critici di sinistra del concetto di una svolta a sinistra hanno probabilmente l’argomento più forte. Il fatto è che il Partido dos Trabalhadores (PT) brasiliano in effetti si è rifiutato di realizzare le sue promesse di realizzare riforme significative. E di conseguenza il suo cruciale sostenitore, il Movimento dos Sem Terras (MST), si è allontanato sempre di più dal PT. Ma il nuovo governo boliviano ha appena annunciato che sulla riforma agraria andrà avanti. E se lo farà, questo dovrebbe dare una grande spinta a movimenti del genere in altri paesi.

Il terzo problema interno è il controllo delle risorse naturali (non solo le miniere e l’energia ma l’acqua). Questo non sempre significa la totale nazionalizzazione ma certamente comporta un significativo livello di controllo statale e una significativa conservazione nei confini nazionali del reddito generato. Anche qui, un po’ alla volta, anche se spesso lentamente, c’è stato movimento. Basta solo leggere gli strilli sul protezionismo per vedere che questa è una realtà che le multinazionali oggi sanno di dover accettare. Negli scorsi decenni, potevano organizzare facilmente colpi di stato amichevoli. Questo è diventato assai difficile, come il Venezuela ha dimostrato.

Il quarto problema interno è il livello in cui i nuovi regimi allocano risorse aggiuntive significative all’educazione a tutti i livelli e a strutture sanitarie. Anche qui, come con la riforma agraria, i risultati sono stati finora limitati, anche se una delle ragioni è stata la mancanza di risorse pubbliche, una cosa che potrebbe essere superata da misure in altri settori. Su questo punto dobbiamo sospendere il giudizio.

Infine, c’è la questione di quanto i militari sono obbligati a non interferire direttamente nei processi decisionali nazionali. L’America latina oggi è molto diversa dall’epoca, non tanto lontana, dei colpi di stato militari appoggiati dagli Stati Uniti, e dei regimi militari specializzati nella tortura. Anzi, le amnistie che i militari avevano organizzato a proprio vantaggio quando erano tornati nelle caserme vengono ora revocate, lentamente e con cautela ma fino a questo punto con successo.

E allora, qual è il quadro complessivo? L’America latina rispetto a dove stava si è sicuramente spostata a sinistra. Se questo continuerà e si amplificherà nel prossimo decennio è in funzione del quadro geopolitico mondiale in evoluzione e del livello in cui i movimenti sociali di sinistra in America latina manterranno la coesione e proporranno programmi lucidi.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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