Fernand Braudel Center, Binghamton University
http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm
188 – 1 luglio 2006
“Le preoccupazioni dell’ambasciatore degli USA in Iraq”
Il governo
americano cerca di fare buon viso a cattivo gioco sull’Iraq. Afferma
regolarmente di fare progressi nei suoi obiettivi. La recente pubblicazione il
6 giugno sulla stampa di un memorandum che l’ambasciatore USA Zalmay Khalilzad
ha inviato al Segretario di Stato rivela una discussione interna molto più
pessimistica. Parla dei molteplici e crescenti problemi del personale iracheno
che lavora per il governo americano nell’ultraprotetta Zona Verde. Non è una
storia allegra. Il personale iracheno si lamenta, dice Khalilzad, del fatto che
“gruppi di islamisti e/o miliziani hanno influenzato negativamente la loro
routine quotidiana.”
Le dipendenti
donne subiscono forti pressioni per indossare il cosiddetto abbigliamento
modesto, a volte più estremo di quanto richiesto in Iran. Una di loro riferisce
che il tassista che la porta al lavoro tutti i giorni l’ha informata che “non
può portarla a meno che non si copra la testa”. Oltre alle molteplici pressioni
riguardanti l’abbigliamento (anche per gli uomini – niente pantaloncini), i
dipendenti si lamentano dei black-out dell’elettricità quotidiani nei loro
appartamenti e di dover passare 12 ore il sabato a fare la coda per la benzina.
La situazione
per i dipendenti è diventata così rischiosa che nascondono il lavoro che fanno
a tutti, anche alle proprie famiglie. Non usano telefoni cellulari al di fuori
della Zona Verde, e neanche se li portano dietro, poiché sono un pericoloso
indizio rivelatore, specialmente per le donne. Se chiamati a casa
dall’ambasciata, rispondono solo in arabo. Come risultato, l’ambasciata ha
smesso del tutto di chiamarli perché ha stabilito che questo fa cadere la loro
“copertura”. Né i dipendenti iracheni possono essere usati per tradurre se sono
presenti le telecamere.
Per entrare
nella Zona Verde, i dipendenti devono superare dei checkpoint. A partire da
aprile le guardie irachene a questi checkpoint sono più “simili a miliziani” e
“insultanti”. Una dipendente ha chiesto all’ambasciata di darle delle
credenziali giornalistiche piuttosto che un pass da dipendente, in modo che
queste guardie non possano esibirlo in pubblico, proclamando ad alta voce il
suo status agli spettatori. “Un’informazione del genere è una condanna a morte
se ascoltata dalla gente sbagliata.”
Né questi
problemi sono veri solo per chi vive nei distretti più poveri. A Baghdad hanno
interessato anche i cosiddetti distretti “esclusivi”, il più vicino dei quali è
diventato una “città fantasma irriconoscibile” per la paura di fari vedere per
strada e la crescente emigrazione della classe media irachena. I dipendenti
riferiscono che la loro sicurezza dipende dai rapporti con quelli che in
effetti sono dei governi di quartiere, nei quali “perfino i mukhtar locali sono
stati sostituiti o cooptati da milizie.” Un risultato è che “la gente non si
fida più della maggior parte dei vicini.”
A sua volta
l’ambasciata americana non è più sicura di potersi fidare dei propri ansiosissimi
dipendenti iracheni. “Temiamo possano esagerare gli sviluppi o guidarci verso
notizie che si confanno alla loro visione del mondo.” Ciò produce un ambiente
disfunzionale. L’ambasciatore ritiene necessario riferire l’opinione del
direttore di un giornale arabo che “la pulizia etnica ... si sta verificando in
quasi tutte le province irachene.”
Ma la sezione
più straordinaria del cablo va riprodotta testualmente: “Più di recente,
abbiamo cominciato a distruggere documenti stampati che riportano i cognomi del
personale locale. In marzo, alcuni membri del personale ci hanno avvicinato per
chiedere quali disposizioni adotteremmo per loro se evacueremo.”
Distruggere
documenti? Se gli Stati Uniti evacueranno? Ovviamente, i dipendenti iracheni
stanno ricordando Saigon nel 1975, quando i militari e i dipendenti vietnamiti
dell’ambasciata americana lottavano per salire sugli elicotteri in partenza. Stiamo
già arrivando a questo punto? Sembra che alcuni dei dipendenti iracheni
dell’ambasciata americana a Baghdad lo pensino, e l’ambasciatore degli USA ne
sta informando Washington.
Immanuel
Wallerstein
Traduttore:
Luca Tombolesi
[Copyright di
Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi,
compresi traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or
1.336.286.6606.
Il permesso viene
concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail ad
altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga mostrata.
Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.
Questi commenti,
pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale
contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo
termine.]
_____
Email this Commentary to a colleague
______________________________________________
Go to List of Commentaries