Fernand Braudel Center, Binghamton University
http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm
190, 1 Agosto 2006
Cosa può ottenere Israele?
Lo stato di Israele fu fondato
nel 1948. Da allora, c’è stata continua violenza fra ebrei e arabi in Israele,
e fra Israele e i suoi vicini. A volte la violenza era di basso livello e
perfino latente. E ogni tanto la violenza si aggravava fino alla guerra aperta,
come adesso. Ogni volta che la violenza scoppiava su vasta scala, c’era stato
un dibattito immediato su cosa l’aveva avviata, come se questo contasse. Ora
stiamo nel mezzo della guerra fra Israele e Palestina a Gaza e fra Israele e
Libano. E il mondo è impegnato nella sua solita futile discussione su come
ridurre lo stato di guerra aperta a una violenza di basso livello.
Ogni governo israeliano ha voluto
creare una situazione in cui i suoi vicini e il mondo riconoscessero
l’esistenza di Israele come stato, e la violenza fra gruppi e fra stati
cessasse. Israele non è mai stato in grado di ottenere questo risultato. Quando
il livello della violenza è relativamente basso, il pubblico israeliano è
diviso sulle strategie da perseguire. Ma quando cresce fino a una guerra, gli
israeliani ebrei e l’ebraismo mondiale tendono a raccogliersi intorno al
governo.
In realtà, la strategia
fondamentale di Israele dopo il 1948 è stata di fare affidamento su due cose
nel perseguire i suoi obiettivi: un forte apparato militare, e un forte
appoggio esterno occidentale. Finora questa strategia ha funzionato solo in un
senso: Israele ancora sopravvive. Il problema è quanto a lungo ancora questa
strategia continuerà effettivamente a funzionare.
La fonte dell’appoggio esterno si
è modificata con il tempo. Dimentichiamo completamente che nel 1948 l’appoggio
militare cruciale per Israele venne dall’Unione Sovietica e dai suoi satelliti
dell’Europa orientale. Quando l’Unione Sovietica si tirò indietro, fu la
Francia che venne a occupare questo ruolo. La Francia era impegnata in una
rivoluzione in Algeria, e vedeva Israele come un elemento chiave nello
sconfiggere il movimento di liberazione nazionale algerino. Ma quando l’Algeria
divenne indipendente nel 1962, la Francia abbandonò Israele perché allora
cercava di mantenere dei legami con un’Algeria divenuta indipendente.
È solo da quel momento che gli
Stati Uniti passarono al loro attuale appoggio totale di Israele. Un elemento
importantissimo in questo rovesciamento fu la vittoria militare israeliana
nella guerra dei sei giorni nel 1967. In questa guerra Israele conquistò tutti
i territori del vecchio mandato britannico di Palestina, e altri ancora; provò
la sua capacità di essere una forte presenza militare nella regione; trasformò
l’atteggiamento dell’ebraismo mondiale da uno in cui solo il 50% approvava
davvero la creazione di Israele a uno in cui aveva l’appoggio della sua grande
maggioranza, per la quale Israele adesso era diventato una fonte di orgoglio. Questo
è il momento in cui l’Olocausto divenne una delle maggiori giustificazioni
ideologiche per Israele e le sue politiche.
Dopo il 1967 i governi israeliani
non hanno mai ritenuto di dover negoziare qualcosa con i palestinesi o con il
mondo arabo. Hanno offerto accordi unilaterali, ma sempre alle condizioni di
Israele. Israele non avrebbe negoziato con Nasser. Poi non avrebbe negoziato
con Arafat. E ora non negozierà con i cosiddetti terroristi. Ha fatto invece
affidamento su successive dimostrazioni di forza militari.
Israele adesso è impegnato nel
medesimo errore catastrofico, dal proprio punto di vista, dell’invasione
dell’Iraq di George Bush. Bush pensava che una dimostrazione di forza militare
avrebbe stabilito indiscutibilmente la
presenza degli USA in Iraq e intimidito il resto del mondo. Ora ha scoperto che
la resistenza irachena era militarmente molto più formidabile di quanto
previsto, che gli alleati politici degli USA in Iraq erano molto meno
affidabili di quanto supponeva sarebbero stati, e che l’appoggio del pubblico
americano alla guerra era molto più fragile di quanto si aspettasse. Gli Stati
Uniti sono destinati a un ritiro umiliante dall’Iraq.
L’attuale campagna militare di
Israele è un parallelo diretto dell’invasione di Bush. I generali israeliani stanno
già notando che l’apparato militare di Hezbollah è molto più formidabile di
quanto previsto, che gli alleati degli USA nella regione stanno già prendendo
ampiamente le distanze dagli Stati Uniti e da Israele (si osservi l’appoggio al
Libano del governo iracheno, e ora del governo saudita), e presto scopriranno
che l’appoggio del pubblico israeliano è più fragile di quanto si aspettavano. Già
il governo israeliano è riluttante a inviare truppe di terra in Libano, in
larga misura per quella che pensa sarà la reazione del proprio popolo in
Israele. Israele è destinata a un umiliante accordo di tregua.
Ciò di cui il governo israeliano
non si rende conto è che né Hamas né Hezbollah hanno bisogno di Israele. È
Israele che ha bisogno di loro, e ha bisogno di loro disperatamente. Se Israele
non vuole diventare uno stato crociato che alla fine viene cancellato, sono solo
Hamas e Hezbollah che possono garantire la sopravvivenza di Israele. È solo
quando Israele sarà in grado di accettarli, come i portavoce del nazionalismo
palestinese e arabo, che Israele potrà vivere in pace.
Ottenere un accordo di pace
stabile sarà estremamente difficile. Ma i pilastri dell’attuale strategia israeliana – la propria forza militare e
l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – costituiscono una canna assai
sottile su cui poggiare. E negli anni successivi all’Iraq, gli Stati Uniti
potrebbero ben abbandonare Israele, allo stesso modo della Francia negli anni
’60.
L’unica garanzia reale di Israele
sarà quella dei palestinesi. E per ottenere tale garanzia, Israele dovrà
ripensare fondamentalmente la sua strategia di sopravvivenza.
Immanuel
Wallerstein
Traduzione: Luca
Tombolesi
[Copyright di
Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi,
compresi traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or
1.336.286.6606.
Il permesso
viene concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail
ad altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga
mostrata. Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.
Questi commenti,
pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale
contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo
termine.]
_____
Email this Commentary to a colleague
______________________________________________
Go to List of Commentaries