Fernand Braudel Center, Binghamton University

http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm

 

191,  15 agosto 2006

Cinque ragioni per cui le grandi potenze militari perdono delle guerre

Gli Stati Uniti oggi sono la maggiore potenza militare al mondo. Israele oggi è la maggiore potenza militare nel medio oriente. Una delle tentazioni più ovvie della superiorità militare è quella di usare la forza militare quando si vuole compiere qualcosa che incontra una resistenza di natura politica. Gli Stati Uniti hanno deciso di usare la forza contro l’Iraq nel 2003. Israele ha deciso di usare la forza contro il Libano nel 2006. In entrambi i casi tali governi hanno preso queste decisioni calcolando di poter vincere con certezza il conflitto militare, e rapidamente.

Normalmente la maggiore potenza militare al mondo o in una data regione può effettivamente vincere scontri militari del genere, e rapidamente. È quel che intendiamo quando diciamo che sono le maggiori potenze militari. Ma vincere dipende da una situazione in cui il divario militare fra i due stati sia davvero schiacciante. Se è meno che schiacciante, la decisione di fare ricorso alla forza militare può ritorcersi contro chi la prende, e malamente. Questo per cinque ragioni.

1) Se la potenza più debole si rivela dotata di una potenza sufficiente a rallentare il processo, e ancora di più a impantanarlo, allora il risultato primario dello scontro militare è rivelare i limiti della presunta superiore forza della maggiore potenza militare. Anzi, la lezione che il mondo trae da una simile situazione è che la maggiore potenza militare è militarmente più debole di quanto la maggior parte della gente avesse presunto. Gli altri paesi traggono conclusioni politiche da una simile manifestazione di potenza militare meno che schiacciante.

2) Una guerra prolungata è sempre, e inevitabilmente, una guerra orribile. La maggiore potenza militare compie azioni che cominciano ad apparire moralmente criminose. Se la guerra è davvero breve, tali crimini vengono rapidamente dimenticati. Ma se la guerra si trascina, diventano sempre più parte della percezione generalizzata non solo nei due paesi coinvolti dalla guerra, ma nel resto del mondo. La maggiore potenza militare comincia a perdere qualsiasi vantaggio morale rivendicasse e che in precedenza le venisse accreditato presso l’opinione pubblica mondiale. Lentamente, ma con certezza, paesi che erano stati più o meno dalla parte della maggiore potenza militare cominciano a prenderne le distanze, e a volte a esprimere perfino irritazione politica e morale.

3) All’inizio una grandissima maggioranza dell’opinione pubblica della maggiore potenza militare di solito appoggia la decisione del proprio governo di entrare in guerra. Questo appoggio assume la forma di un fervore patriottico e di una grande approvazione morale del governo. Ma una simile approvazione pubblica interna è sostenuta dalla fede che la guerra non sia semplicemente giusta agli occhi del pubblico, ma che sarà anche vinta rapidamente, e che sarà quindi relativamente indolore.

Quando la guerra comincia a impantanarsi, ci sono due gruppi nella popolazione della maggiore potenza militare che cominciano a togliere il proprio appoggio al governo. Ci sono quelli che pensano che il governo non si è impegnato abbastanza ed è fondamentalmente incompetente. Questi chiedono un’ulteriore escalation dell’aggressione militare. Se ciò si rivela per qualche ragione impossibile, questo gruppo spesso trae la conclusione che bisognerebbe ritirarsi del tutto dalla guerra. C’è un secondo gruppo che comincia ad avere dubbi morali sulla guerra, e inizia a chiedere il ritiro non perché il governo sia inefficace ma perché è moralmente sbagliata. Anche se questi due gruppi di critici interni stanno dicendo cose opposte, e sono in notevole disaccordo fra di loro, i due scontenti costituiscono insieme una considerevole pressione interna sul governo affinché cambi la sua politica.

Nel momento in cui la guerra è davvero impantanata, il governo della maggiore potenza militare è in una situazione in cui può solo perdere. Se si ritira, perde. E se non si ritira, perde. Il risultato all’inizio è la paralisi (chiamata “tirare diritto”) e poi l’umiliazione. Se il senso di umiliazione è abbastanza grande, può portare a tensioni interne estreme nel paese che era stato considerato la potenza militare più forte.

4) Più a lungo una situazione del genere va avanti, più costosa diventa – costosa in vite umane (della maggiore potenza militare), e costosa economicamente. Più costosa diventa, più il governo comincia a perdere l’appoggio interno. Il paese contro il quale la guerra viene combattuta senza dubbio è fisicamente danneggiato, spesso a un livello estremo. Ma anche il danno subito dalla potenza militare più forte si rivela molto grande, anche se è meno probabile che prenda la forma della distruzione di infrastrutture.

5) Mentre tutto questo accade – la dimostrazione di avere una forza militare minore di quanto si credesse prima, la perdita del vantaggio morale, il crescente venire meno dell’appoggio interno, il costo crescente – l’esito è che la posizione politica complessiva della maggiore potenza militare nel sistema-mondo declina, a volte precipitosamente.

La conclusione politica che va tratta da queste cinque ragioni è che la maggiore potenza militare farebbe meglio a essere davvero sicura del proprio vantaggio militare prima di tirarsi addosso simili risultati negativi.

 

Immanuel Wallerstein

Traduzione: Luca Tombolesi

[Copyright di Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi, compresi traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606.

Il permesso viene concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail ad altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga mostrata. Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.

Questi commenti, pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo termine.]

_____

Email this Commentary to a colleague

______________________________________________

Go to List of Commentaries

Go to Fernand Braudel Center Homepage