Fernand Braudel Center, Binghamton University

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194, 1 ottobre 2006

Tre strategie papali per ravvivare il cristianesimo

 

Il mese scorso papa Benedetto XVI ha fatto un discorso nella sua vecchia università, Ratisbona, in Germania. In questo discorso ha incluso una breve sezione in cui ha citato un oscuro imperatore bizantino del 14° secolo, che aveva fatto un’analisi ostile dell’Islam. Questa breve sezione è stata accolta molto negativamente nel mondo islamico e ha portato a sommosse, come pure a molteplici condanne. Il papa si è scusato, ora quattro volte, ma solo per causare altrettanta costernazione. Non si è spinto fino a dire che quella valutazione dell’Islam era fondamentalmente sbagliata. Dopo questo battibecco, gli analisti del mondo intero hanno discusso su come qualcuno intelligente come il papa potesse aver fatto un tale “errore”. Forse non è stato un errore, ma lo ha fatto apposta.

Considerate la natura della chiesa cattolica romana. Esiste da quasi 2000 anni. È una chiesa che crede di comprendere in sé la verità – sia su Dio sia sul ruolo necessario della chiesa nel perseguimento dei fini di Dio. Crede che il suo ruolo sia evangelizzare il mondo intero e arrivare a un mondo in cui tutti quanti, senza eccezione, siano cattolici romani praticanti.

Ora considerate la sua storia come istituzione. All’inizio, era una chiesa in espansione in termini di numero di aderenti alla fede. Si diffuse costantemente, in primo luogo in tutta Europa e in parte del Medio Oriente, per circa mille anni. Poi nell’undicesimo secolo affrontò il suo primo scisma numericamente significativo, quello delle chiese ortodosse orientali. La chiesa cattolica romana come risultato è stata in larga misura confinata all’Europa occidentale e centrale. Nel sedicesimo secolo, la chiesa ha affrontato la riforma protestante, che ha portato alla perdita della maggior parte dell’Europa settentrionale. E dal diciottesimo secolo in poi ha cominciato a perdere cattolici praticanti in favore di quello che vedeva come il cancro del secolarismo e del libero pensiero in Europa.

Nel periodo successivo al 1945 il numero di cattolici praticanti nel mondo paneuropeo crollò drammaticamente per via della diffusione dei valori secolari. Non solo i cattolici non andavano più a messa in paesi la cui popolazione in maggioranza era nominalmente cattolica – Italia, Spagna, Francia, Belgio, Austria, Irlanda, Quebec – ma anche le vocazioni al sacerdozio crollarono drammaticamente. Questo fu vero in misura minore nell’America Latina in larga parte cattolica, dove tuttavia la chiesa cominciò a perdere terreno a favore del protestantesimo evangelico. In generale, tuttavia, nel sud del mondo il numero dei fedeli della chiesa era ancora in espansione, per via della combinazione di più alti tassi di natalità rispetto all’Europa e della minore attrattiva del secolarismo. Quindi la chiesa non fu più in primo luogo europea; stava cominciando ad avere più membri nel sud del mondo.

Il problema della chiesa non era quello di perdere terreno a favore di altre religioni. I cattolici non si stavano convertendo all’Islam, al giudaismo o al buddismo. Né musulmani, ebrei e buddisti si stavano convertendo al cattolicesimo. I problemi organizzativi della chiesa erano in larga misura interni al mondo cristiano. Dopo il 1945 la questione per la chiesa è stata come reagire a questo improvviso e massiccio mutamento organizzativo. Ci sono state tre diverse strategie papali per rinvigorire la posizione della chiesa cattolica – quelle di Giovanni XXIII, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Giovanni XXIII chiese un aggiornamento della chiesa. Il concilio ecumenico da lui convocato, il Vaticano II, fece molti cambiamenti nella pratica della chiesa: una visione più flessibile della salvezza al di fuori della chiesa, una liturgia meno basata sul latino, un maggior ruolo collegialmente per i vescovi. Questi cambiamenti sembravano mirati in primo luogo a venire incontro alle critiche implicite ed esplicite dei cattolici del mondo europeo, che volevano la chiesa fosse meno discordante dai valori occidentali contemporanei. Il Vaticano II fu contemporaneo all’ascesa nella chiesa della cosiddetta teologia della liberazione, in particolare in America Latina. Il suo obiettivo sembrava essere quello di rispondere all’idea che la chiesa fosse stata sostenitrice di opinioni politiche ultraconservatrici.

Dall’interno della chiesa vennero molte critiche, nel senso che queste riforme sarebbero andate “troppo lontano”. Giovanni Paolo II riaccentuò i valori cattolici tradizionali della sessualità, il ruolo della donna nella chiesa, e la subordinazione dei vescovi al papa. Attaccò la teologia della liberazione, e nel mondo paneuropeo sostituì i vescovi riformisti con vescovi più tradizionalisti. La sua strategia di rinnovamento sembrava concentrarsi sulle potenzialità per la chiesa nel sud del mondo. Per questa ragione accentuò in modo insolito l’avvio di un dialogo con altre religioni. Sembrava pensare che la chiesa avrebbe potuto avere un maggiore accesso in aree non europee.

Benedetto XVI chiaramente ha una terza visione. È d’accordo con Giovanni Paolo II sul rallentamento dell’aggiornamento. Ma non è d’accordo sul fatto che il futuro della chiesa dipenda dal dialogo interreligioso. La sua strategia si concentra sul ricatturare la base tradizionale della chiesa – le sue radici europee. Il discorso che ha pronunciato a Ratisbona è essenzialmente un attacco al secolarismo europeo, e un appello urgente alla rinascita di una dottrina e una pratica cattolica piena e completa in Europa.

Questo collima con la sua precedente critica al possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea, e la sua fallita insistenza sul fatto che la costituzione proposta per l’Unione Europea includesse un riferimento esplicito al ruolo centrale del cristianesimo in Europa. In una prospettiva del genere l’uso dell’affermazione antislamica di un imperatore bizantino si accorda perfettamente. Può essere visto come un modo per consolidare l’Europa contro un nemico, e quindi incoraggiare tutti gli europei ad accentuare le proprie radici cristiane. È sembrato disposto a rischiare la rabbia islamica per consolidare una base europea.

Tre strategie – aggiornamento, mano tesa verso il sud del mondo favorita dall’ecumenismo, e consolidamento di una base europea su fondamenta cattoliche tradizionali. Quale di queste (o nessuna?) sarà fruttuosa nel prossimo secolo?

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

 

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