Fernand Braudel Center, Binghamton University
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197, Nov. 15, 2006
La madre di tutte le sconfitte
George W. Bush è un giocatore che punta forte. Quando un giocatore che punta forte perde, perde alla grande. George W. Bush ha perso alla grande – in Iraq e negli Stati Uniti.
Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, sembrò che, malgrado una schiacciante potenza militare, gli Stati Uniti potessero perfino perdere la guerra. Non ci volle molto per vedere che gli Stati Uniti stavano effettivamente perdendo la guerra. Ormai è ovvio che gli Stati Uniti hanno perso la guerra, irrimediabilmente. L’obiettivo degli USA in Iraq era dare il potere a un governo stabile e amichevole, che permettesse basi militari americane. È chiaro adesso che se è stabile, non sarà amichevole. E se è amichevole, non sarà stabile.
Il 7 novembre il partito repubblicano ha perso le elezioni di metà mandato. Come in tutte le vittorie di stretta misura, ha detto lo stesso Bush, il margine è stato molto scarso, ma complessivamente è stata un “batosta”. Il livello della batosta è sottolineato dal fatto che, dopo le elezioni, la posizione di Bush nei sondaggi è ulteriormente crollata.
La ragione numero uno? La maggior parte degli americani ha ritenuto che la guerra in Iraq vada male e ha voluto riportare a casa i soldati. Questo punto, perfino in distretti in cui il candidato democratico non lo ha sollevato, ha agito sullo sfondo. Certo ci sono state altre ragioni. Molti elettori centristi hanno votato contro la destra cristiana, e avere alcuni candidati democratici che sui problemi “sociali” avevano assunto una posizione più centrista non ha fatto male.
Il problema è cosa accadrà adesso. Bush non è, e non è mai stato, un ideologo. È un politico di destra pragmatico, che fa quello che pensa necessario per vincere le elezioni. In questo è stato abbastanza bravo, ed è consapevole degli errori che ha commesso negli ultimi anni – non in geopolitica (di cui fondamentalmente non capisce niente e di cui gli importa pochissimo), ma nella politica americana, dove ha ricevuto una “batosta”. Si sta adattando. Ha licenziato Rumsfeld, metterà in secondo piano Cheney, e (senza dubbio seguendo il consiglio di Karl Rove) ha chiesto aiuto alla vecchia ala “realista” del partito repubblicano – suo padre, James Baker, e il Segretario alla difesa entrante, Robert Gates. Spera di cooptare la leadership democratica nella sua ravvivata patina bipartisan.
Può farlo? In particolare, cosa può fare quanto all’Iraq? E cosa può fare quanto alla spinta in avanti dei democratici? Sull’Iraq la risposta breve è che è difficile vedere un modo in cui possa districare con eleganza se stesso e gli Stati Uniti da questo fiasco. La commissione Baker-Hamilton ci farà sapere presto quali “nuove direzioni” vede, ma dubito possa venire fuori con qualcosa che funzioni.
Alcuni parlano di dividere l’Iraq in tre parti. Questo è destinato al fallimento. Né la Turchia né l’Iran possono tollerare un Kurdistan indipendente, e i curdi staranno molto meglio con la loro attuale autonomia de facto che combattendo una guerra con i vicini. La maggior parte degli sciiti non vuole uno stato separato. Per cominciare, perché avere lo Shia-stan quando possono più o meno dominare un Iraq unito? E in ogni caso, cosa accadrebbe a Baghdad? E naturalmente i sunniti sono assolutamente contrari. Come naturalmente lo sono tutti i vicini dell’Iraq, senza eccezione. E, come abbiamo visto in Jugoslavia, degli stati separati non pongono termine al conflitto etnico; in realtà lo intensificano.
Fondamentalmente ci sono solo due modi in cui gli Stati Uniti possono ritirarsi dall’Iraq con ulteriori perdite di vite umane minime e con un minimo danno politico. Possono chiedere all’Iran di fare da intermediario per attenuare il conflitto interno in Iraq, il che potrebbe funzionare. Oppure, in alternativa, la fazione sciita di al-Sadr e la resistenza sunnita potrebbero unire le loro forze su una piattaforma antiamericana e chiedere educatamente agli Stati Uniti di andarsene immediatamente (cioè buttare fuori a calci gli USA), cosa che potrebbe anche funzionare.
Nessuna di queste due alternative è minimamente piacevole per Bush o per il Congresso USA. Ma rappresentano probabilmente il massimo che gli Stati Uniti possano ottenere a questo punto. Ogni altra strada porta quasi sicuramente a una fine in cui degli elicotteri portano via dalla Zona Verde la gente, in salvo in Kuwait.
L’unica cosa sicura è che non ci saranno truppe USA in Iraq quando ci avvicineremo alle elezioni del 2008. I votanti e i militari lo hanno chiarito nelle elezioni del 2006. Naturalmente ci sarà un massiccio scaricabarile – fra i repubblicani su chi ha perso le elezioni del 2006, e fra democratici e repubblicani su chi ha perso l’Iraq. Ma la parola che hanno in mente tutti è “perso”.
Possiamo anche essere sicuri che il bombardamento della Corea del Nord o dell’Iran non è realmente in programma (Israele compresa). Le forze armate e l’elettorato USA non lo tollereranno (per non parlare del resto del mondo). Tutto ciò dove lascerà gli Stati Uniti come potenza mondiale? Probabilmente si risolverà in una grande spinta all’isolazionismo. Già nelle elezioni del 2006 molti candidati hanno vinto opponendosi al “libero scambio” e l’Iraq era un parolaccia. La tentazione in politica sarà di passare a un’enfasi locale. Uno dei maggiori effetti collaterali sarà una notevole riduzione nell’appoggio degli USA alla politica estera israeliana, il che sarà doloroso per Israele.
I democratici sono uniti sulla legislazione economica interna – salari minimi più alti, cure sanitarie migliori e più economiche, aiuti finanziari agli studenti dei college. Spingeranno inoltre sui problemi ecologici e sui progressi della medicina (ad esempio la ricerca sulle cellule staminali). Se i repubblicani vogliono sperare di riprendere forza, dovranno spostare il loro programma economico e sociale un po’ in direzione centrista.
Il risultato, come è già ovvio, è la creazione di un grosso scompiglio nel
partito repubblicano, riducendolo allo stesso tempo nel partito democratico –
l’esatto contrario di quanto accaduto nell’ultimo decennio. E all’inizio
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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