Fernand Braudel Center, Binghamton University

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200, 1 gennaio 2007

Quale nuova strategia in Iraq?

È da un mese che il presidente George W. Bush va dichiarando di essere in cerca di una “nuova strategia” per la “vittoria” in Iraq, e che si sta consultando con chiunque su cosa sarà questa strategia. Date tutte le allusioni e fughe di notizie, pochi trattengono il fiato aspettando il discorso presidenziale in cui rivelerà le sue decisioni. La nuova strategia promette di essere la vecchia strategia, forse con un pochino di soldati americani a Baghdad in più.

Il presidente per la prima volta ha ammesso che gli Stati Uniti non stanno ancora vincendo in Iraq, ma non stanno neanche perdendo. Il numero di persone, negli Stati Uniti e altrove, che ne è convinto diminuisce sempre di più. Un sondaggio condotto all’inizio di dicembre in sei nazioni occidentali mostra che il 66% degli americani è a favore del ritiro delle forze della coalizione, e in Italia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia le cifre vanno dal 73 al 90 per cento. Come il Financial Times ha detto in un editoriale, “gli Stati Uniti raramente hanno avuto un più grande bisogno di amici e alleati.”

E il 7 dicembre, anniversario di Pearl Harbor, un senatore repubblicano, Gordon Smith, che aveva appoggiato la guerra fin dall’inizio, ha annunciato di avere cambiato posizione. “Io, per quanto mi riguarda, non ne posso più quando si tratta di appoggiare una politica che vede i nostri soldati che pattugliano le stesse strade nello stesso modo che vengono fatti saltare dalle stesse bombe un giorno dopo l’altro. È assurdo. Potrebbe essere perfino criminale. Non posso appoggiarlo più.”

Allora perché Bush finge alla grande una nuova strategia quando intende chiaramente continuare quella vecchia? Due ragioni: le elezioni di novembre, e il rapporto Baker-Hamilton. Le elezioni hanno mostrato a Bush che la politica irachena ha intaccato seriamente la forza elettorale del partito repubblicano. Chiaramente ci vorrà più del licenziamento di Donald Rumsfeld per capovolgere l’imminente caduta libera per i candidati repubblicani, particolarmente se il 2007 porterà livelli di perdite accresciuti in Iraq, pulizia etnica in aumento, un ulteriore declino del dollaro e un ulteriore declino del tenore di vita dell’80% più povero della popolazione americana.

Quanto al rapporto Baker-Hamilton, si apre con la frase “La situazione in Iraq è grave e si sta deteriorando.” Buona parte della discussione su questo rapporto ha avuto come argomento se l’Iraq Study Group potesse convincere Bush a seguire i suoi numerosi e non tutti così audaci suggerimenti di cambiamento. Ma non è mai stato questo il suo scopo. Baker e Hamilton non sono mica scemi. Sono entrambi vecchi professionisti della politica americana. Lo scopo del rapporto era legittimare la critica ad opera del tradizionale centro dell’establishment della politica USA, e chiaramente l’ha scatenata. Lo testimonia la dichiarazione del senatore Smith. Lo testimonia l’accresciuta audacia degli ufficiali delle forze armate nel rendere pubblico il proprio profondo scetticismo.

Allora cosa accadrà adesso? Bush farà approvare il piano per ulteriori soldati americani. Come ogni serio commentatore militare ha sottolineato, questo militarmente non farà alcuna differenza. Naturalmente se gli Stati Uniti inviassero 300.000 uomini potrebbero schiacciare sia l’insorgenza che la guerra civile. Ma inviare anche solo 30.000 uomini sarà uno sforzo incredibile per la vitalità e il morale dell’apparato militare americano. Al più tardi entro giugno 2007 sarà chiaro anche ai più ostinatamente ciechi, come George W. Bush e i neo-con ancora sopravviventi, che gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco e si stanno svenando.

Allora perché Bush non riduce le sue perdite? Non può. La sua intera presidenza gira intorno alla guerra irachena. Se cerca di ridurre le sue perdite, ammette di essere responsabile di un disastro nazionale. Così non ha altra scelta che cercare di arrivare a forza di bluff fino al 2009 e consegnare il disastro a qualcun altro. Cioè, non ha alcuna scelta accettabile per lui. Ma Bush sta per imparare qualcosa nei prossimi diciotto mesi. La situazione è fuori controllo e perfino il presidente degli Stati Uniti può essere costretto a fare cose che trova ripugnanti.

Prima di tutto c’è la pressione dell’elettorato americano, e quindi dei politici. Il numero di repubblicani razionali e di democratici timorosi disposti a prendere le distanze dalla guerra cresce ogni giorno. Questo già lo vediamo nell’affermazione del senatore Joseph Biden – uno dei senatori democratici più conservatori, e presidente entrante della Commissione esteri del Senato – che terrà audizioni (chiaramente audizioni ostili) sulla proposta di un aumento delle truppe in Iraq. La mia ipotesi è che, nell’accesa lotta interna democratica sulla nomination alla presidenza, ci sarà una spinta – lenta all’inizio e poi assai veloce – verso una posizione apertamente contraria alla guerra. Lo vediamo nelle posizioni che stanno assumendo gli aspiranti alla presidenza Barack Obama e John Edwards. Hillary Clinton non resterà a lungo molto indietro. E man mano che questo accadrà, o gli aspiranti repubblicani si adeguano o si condanneranno a perdere le elezioni.

Poi ci sono i generali. Sembra che al nuovo Segretario alla difesa, Robert Gates, sia stato assegnato il compito di mettere in linea i militari dissidenti. Il generale John Abizaid andrà in “pensione” fra pochi mesi e il generale George Casey ha attenuato la sua aperta opposizione. Gates probabilmente ha premuto anche su se stesso per andare avanti. Ma quanto a lungo durerà? Sei mesi al massimo.

La vita à difficile per un comandante in capo che perde le guerre. Questo è vero dovunque. Negli Stati Uniti d’America non sarà diverso.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

[Copyright di Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi, compresi traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606.

Il permesso viene concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail ad altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga mostrata. Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.

Questi commenti, pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo termine.]

 

 

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