Fernand Braudel Center, Binghamton University

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201, 15 gennaio 2007

L’Etiopia cavalca la tigre

 

Il primo ministro etiopico, Meles Zenawi, deve aver studiato i magnifici successi dell’invasione preventiva americana dell’Iraq e della recente incursione israeliana in Libano. Chiaramente ha deciso di emularle. La sua argomentazione è esattamente quella data da George W. Bush e Ehud Olmert. Dobbiamo attaccare il nostro vicino perché dobbiamo impedire ai terroristi islamici di perseguire la loro jihad e attaccarci.

In ciascun caso, l’invasore era sicuro della sua superiorità militare e del fatto che la popolazione avrebbe salutato gli attaccanti come liberatori. Zenawi afferma di cooperare con la lotta mondiale americana contro il terrorismo. Ed effettivamente gli Stati Uniti hanno offerto non solo l’appoggio dei loro servizi segreti, ma hanno inviato anche la loro aviazione e unità di truppe speciali in aiuto degli etiopici.

Eppure ogni situazione locale è un po’ diversa. E vale la pena di passare in rassegna la storia recente di quello che viene chiamato il Corno d’Africa, dove i paesi negli ultimi quarant’anni sono passati con una certa facilità da una parte geopolitica all’altra.

Per tutta la prima metà del ventesimo secolo l’Etiopia fu un simbolo di resistenza africana all’imperialismo europeo. Gli etiopici sconfissero le truppe coloniali italiane ad Adua nel 1896 e il paese restò indipendente. Quando l’Italia nel 1935 ci riprovò, l’imperatore Haile Selassie andò alla Società delle Nazioni e chiese una garanzia collettiva contro l’invasione. Non ricevette alcun aiuto. Quindi l’Etiopia divenne il simbolo dell’Africa in tutto il mondo nero. I colori della sua bandiera divennero i colori dell’Africa. E alla fine della seconda guerra mondiale l’indipendenza etiopica venne ripristinata.

Nella difficile genesi dell’Organizzazione dell’unità africana (OUA) nel 1963 Haile Selassie usò il suo prestigio per svolgere un ruolo chiave come intermediario fra i diversi stati africani. L’OUA fissò la sua sede nella capitale etiopica, Addis Abeba. Ma l’Etiopia, se in tutta l’Africa aveva questo ruolo simbolico, aveva anche un macchinario statale oppressivo e aristocratico. E quando negli anni ’70 acute carestie cominciarono ad affliggere il paese, lo scontento interno crebbe rapidamente. Nel 1974 un ufficiale dell’esercito, Mengistu Haile Mariam, guidò una rivoluzione contro la monarchia “feudale” e istituì un governo militare che presto si autoproclamò marxista-leninista.

Prima di Mengistu i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Etiopia erano stati cordiali. Il vicino dell’Etiopia, la Somalia, aveva relazioni tese con gli Stati Uniti. Aveva anch’esso un governo militare sotto Siad Barre. Tuttavia chiamava se stessa “socialista scientifica” e aveva rapporti abbastanza stretti con l’Unione Sovietica, avendole offerto una base navale. Dopo il colpo di stato del 1974, quando Mengistu proclamò il suo governo marxista-leninista, l’Unione Sovietica abbandonò la Somalia e abbracciò la più grande e più importante Etiopia. Così gli Stati Uniti abbracciarono a loro volta la Somalia, e presero il controllo della base navale.

Per capire cosa accadde dopo, sono necessarie due parole di analisi etnica dei due paesi. L’Etiopia è un antico regno cristiano, a lungo dominato da aristocratici Amhara. Esiste un altro grosso gruppo etnico cristiano, i Tigré, che parlano una lingua diversa. Nel paese ci sono anche altri due gruppi etnici di notevoli dimensioni – gli Oromo (metà dei quali sono musulmani) e i somali, musulmani. Inoltre alla fine della seconda guerra mondiale l’Etiopia assorbì la colonia costiera italiana dell’Eritrea. Sotto Haile Selassie solo gli Amhara contavano, e l’Eritrea combatteva una guerra per la propria indipendenza. Senza l’Eritrea, l’Etiopia non ha sbocco al mare.

La Somalia era del tutto diversa. C’erano state due colonie – la Somalia italiana e il Somaliland britannico. La Somalia italiana divenne indipendente nel 1960 nel corso della liquidazione delle colonie italiane, e il Somaliland britannico vi venne aggregato. Negli anni ’60, quando i conflitti etnici cominciarono ad affliggere molti stati africani, si diceva comunemente che l’unico paese africano che non avrebbe conosciuto il conflitto etnico era la Somalia, dal momento che quasi tutti nel paese erano etnicamente somali, parlavano somalo, ed erano musulmani.

In entrambi i paesi la gente era esasperata contro le rispettive dittature. E quando la guerra fredda finì nessuno dei due governi sopravvisse. Sia Mengistu che Barre furono rovesciati nel 1991.

Quello che sostituì Mengistu fu un movimento di liberazione del Tigré, che all’inizio parlò un linguaggio nazionalista “maoista”. Per distinguersi dal regime di Mengistu accettò l’indipendenza dell’Eritrea, solo per pentirsene più tardi. La dominazione cristiana (se non Amhara) presto divenne il maggiore tema del nuovo governo, e cominciarono le sollevazioni somale e Oromo. Gli attivisti per i diritti umani non considerano il governo di Zenawi molto migliore di quello di Mengistu.

In Somalia lo stato etnico “perfetto” andò in pezzi quando i clan somali cominciarono a lottare fra loro per il potere. Dopo il 1991 gli Stati Uniti cominciarono ad abbracciare il nuovo leader etiopico, Meles Zenawi, che aveva completamente abbandonato il suo “maoismo”. La Somalia venne abbandonata a se stessa. Quando gli Stati Uniti inviarono truppe in una missione “umanitaria” per soffocare dei disordini subirono la violenta batosta che ora chiamiamo “Blackhawk down”, e ritirarono le loro truppe. Andò avanti una guerra civile con molte parti in conflitto. Nel 2006, un gruppo chiamato Unione delle corti islamiche (UCI) ha preso il controllo della capitale Mogadiscio, e ha espulso i leader dei clan in lotta, restaurando una pace relativa per la prima volta da più di dieci anni.

Gli Stati Uniti hanno visto l’UCI come una replica dei Talebani e un’alleata di Al-Qaeda. E così Zenawi. Quindi l’Etiopia ha deciso di invadere, cacciare l’UCI e puntellare l’impotente governo centrale che esisteva sulla carta dal 2004 ma che era stato incapace perfino di entrare nella capitale. Rieccoci. Naturalmente l’Etiopia (con gli Stati Uniti) ha vinto il primo round. L’UCI ha abbandonato Mogadiscio. Ma i somali non stanno accogliendo gli Etiopici come dei liberatori. I leader dei clan si stanno combattendo di nuovo a vicenda, e Mogadiscio è un’altra volta nel disordine. Il governo etiopico ora deve affrontare difficoltà non solo in Somalia, ma sempre di più anche in patria.

Come Israele si è dovuto ritirare dal Libano, e gli Stati Uniti dovranno fare lo stesso in Iraq, così l’Etiopia dovrà ritirarsi presto dalla Somalia. La situazione in questo paese non sarà stata migliorata grazie a questo attacco preventivo. Gli attacchi preventivi sono sempre un potenziale boomerang. Si vince in maniera schiacciante, o si perde di brutto.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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