Fernand Braudel Center, Binghamton University

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Commentary N. 202, 1 febbraio 2007

"Il World Social Forum: dalla difesa all’attacco"

Il World Social Forum (WSF) si è svolto a Nairobi, in Kenya, dal 20 al 25 gennaio. L’organizzazione, fondata come una sorta di anti-Davos, è maturata e si è evoluta più di quanto i suoi stessi partecipanti si rendano conto. Fin dall’inizio il WSF è stato l’incontro di un’ampia gamma di organizzazioni e movimenti provenienti da tutto il mondo che si autodefinivano come opposti all’imperialismo e alla globalizzazione neoliberale in tutte le sue forme. Il suo slogan è stato “un altro mondo è possibile”, e la sua struttura quella di uno spazio aperto senza funzionari, portavoce o risoluzioni. Il WSF è stato contrario alla globalizzazione neoliberale, e per definire la posizione dei suoi proponenti – un altro genere di struttura globale – è stato coniato il termine alterglobalista.

Nei primi incontri del WSF cominciati nel 2001, l’enfasi era difensiva. I partecipanti, ogni volta più numerosi, denunciavano i difetti del Washington Consensus, gli sforzi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) per imporre per legge il neoliberalismo, le pressioni del Fondo monetario internazionale (FMI) sulle zone periferiche a favore della privatizzazione di ogni cosa e dell’apertura delle frontiere al libero flusso dei capitali, e l’atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti sull’Iraq e altrove.

Nel sesto forum mondiale questo linguaggio difensivo è stato molto ridotto – semplicemente perché tutti lo hanno dato per scontato. E in questi giorni gli Stati Uniti sembrano meno formidabili, l’OMC sembra a un punto morto e fondamentalmente impotente, l’FMI quasi dimenticato. Il New York Times, coprendo l’incontro di Davos di quest’anno, ha parlato del riconoscimento che c’è una “equazione del potere in movimento” nel mondo, che “in realtà nessuno comanda” più, e che “le fondamenta stesse del sistema multilaterale” sono state scosse, “lasciando il mondo a corto di leadership in un momento in cui è sempre più vulnerabile a shock catastrofici.”

In questa situazione caotica il WSF sta presentando un’alternativa reale, e sta gradualmente creando una rete di reti la cui influenza politica emergerà nei prossimi cinque-dieci anni. I partecipanti al WSF hanno discusso a lungo se dovesse continuare a essere un forum aperto o si dovesse impegnare in un’azione politica strutturata e pianificata. Tranquillamente, quasi surrettiziamente, a Nairobi è diventato chiaro che questo non era più un problema . I partecipanti avrebbero fatto tutte e due le cose – lasciare il WSF come uno spazio aperto comprendente tutti quelli che volevano trasformare il sistema-mondo esistente e, allo stesso tempo, permettere (e incoraggiarlo) a chi voleva organizzare specifiche azioni politiche di farlo, e di organizzarsi per farlo alle riunioni del WSF.

L’idea chiave è la creazione di reti, che il WSF è particolarmente equipaggiato per costruire a livello globale. Ora c’è un’efficace rete di femministe. Per la prima volta a Nairobi è stata istituita una rete di lotte dei lavoratori (definendo assai ampiamente il concetto di “lavoratore”). Ora c’è una rete funzionante di attivisti intellettuali. La rete di movimenti rurali/contadini è stata rinforzata. C’è una rete in erba di chi difende le sessualità alternative (il che ha permesso ai movimenti gay e lesbici kenyoti di affermare una presenza pubblica che prima era stata difficile). C’è una rete contro la guerra (immediatamente interessata all’Iraq e al Medio Oriente in generale) E ci sono reti funzionali su specifici teatri di lotta – diritti idrici, la lotta contro l’HIV/AIDS, i diritti umani.

Il WSF sta anche producendo manifesti; il cosiddetto Appello di Bamako, che enuncia un’intera campagna contro il capitalismo; un manifesto femminista, ora nella sua seconda bozza e che continua a evolvere; un manifesto del lavoro appena nato. Senza dubbio ci saranno altri manifesti del genere man mano che il WSF continuerà. Il quarto giorno del forum è stato dedicato essenzialmente alle riunioni di queste reti, ciascuna delle quali stava decidendo che tipo di azione congiunta potesse intraprendere – a suo nome, ma sotto l’ombrello del WSF.

Infine c’è stata l’attenzione rivolta a cosa significa dire “un altro mondo”. Ci sono state discussioni e dibattiti seri su cosa intendiamo per democrazia, chi è un lavoratore, cos’è la società civile, qual è il ruolo dei partiti politici nella futura costruzione del mondo. Queste discussioni definiscono gli obiettivi, e le reti sono una vasta parte dei mezzi con cui questi obiettivi devono essere realizzati. Le discussioni, i manifesti e le reti costituiscono l’atteggiamento offensivo.

Non è che il WSF non abbia i suoi problemi interni. La tensione fra alcune delle più grosse ONG (le cui sedi e la cui forza è nel Nord, e che appoggiano il WSF ma si fanno vedere anche a Davos) e i movimenti sociali più militanti (particolarmente forti nel Sud ma non solo) resta reale. Nello spazio aperto si riuniscono, ma sono le organizzazioni più militanti quelle che controllano le reti. A volte il WSF sembra una lenta tartaruga. Ma nella favola di Esopo, la brillante e veloce lepre Davos perdeva la corsa.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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