Fernand Braudel Center, Binghamton University

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203 – 15 febbraio 2007

“La fuga in avanti di Bush in Iran?”

I francesi hanno un’espressione, fuite en avant. Una fuite en avant è qualcosa che si fa quando ci si trova in una situazione perdente, e si spera di recuperarla continuando a comportarsi più o meno allo stesso modo o peggio, creando così una situazione in cui si spera che la gente ritenga di doverti venire in aiuto. È questo che Bush intende fare in Iran?

Sappiamo due cose sul regime di Bush. La sua posizione in Iraq è impossibile e ora è larghissimamente contestata perfino negli Stati Uniti. La richiesta di ritiro cresce ogni giorno e viene da tutte le direzioni. E sappiamo che dal 2001 i neo-con e Cheney hanno spinto per un attacco militare all’Iran con l’obiettivo del cambio di regime. Così, questo potrebbe essere il momento.

Gli Stati Uniti hanno inviato la loro flotta nella regione, e ne hanno affidato il comando a un ammiraglio noto per la sua competenza in attacchi mare-terra. Praticamente ogni giorno gli Stati Uniti pubblicano dichiarazioni su asserite nefandezze iraniane. In breve, gli Stati Uniti fanno tintinnare le sciabole. Inoltre un grandissimo numero di persone sembra prendere questo fatto molto seriamente. Tre dei massimi gradi militari americani in pensione hanno pubblicamente messo in guardia contro la follia di un attacco all’Iran. Lo stesso ha fatto Zbigniew Brzezinski, che non è certo ritenuto una colomba. Lo stesso hanno fatto innumerevoli politici e diplomatici di tutto il mondo. Ma Cheney ha chiarito che il governo degli Stati Uniti farà quello che vuole, quanti siano, o quali che siano, gli oppositori..

Qualcuno appoggerà gli Stati Uniti in una simile avventura? Pochissimi davvero. Non il Congresso, anche se Bush e Cheney potrebbero contare sul fatto che per i democratici è più difficile opporsi sull’Iran che sull’Iraq. Avranno l’appoggio del governo israeliano. E sembra che contino sull’appoggio dei sauditi. Ma questo è un fraintendimento della posizione saudita. I sauditi naturalmente sono preoccupati di limitare le pretese egemoniche iraniane nella regione, come pure di contenere le possibilità di attivismo sciita in stati dominati dai sunniti, e prima di tutto in Arabia Saudita. Ma i sauditi hanno anche chiarito che un attacco militare contro l’Iran danneggerebbe gli obiettivi politici sauditi, piuttosto che promuoverli. La loro attiva mediazione nella disputa Hamas-Fatah in Palestina indica che stanno cercando di prendere chiaramente le distanze dalla strategia americana in Medio Oriente. E in Europa perfino i britannici esternano la loro avversione all’idea di un attacco all’Iran.

Così supponiamo che, malgrado tutto ciò, Bush e Cheney decidano di tuffarsi nella guerra, di fare la loro fuite en avant per cercare di salvare la propria situazione disastrosa. Cosa succederebbe, e perché lo farebbero? Quel che accadrebbe sembra chiaro. Un attacco aereo contro l’Iran non raggiungerà l’obiettivo di smantellare il programma nucleare iraniano, anche se potrebbe danneggiarlo. Inviare truppe, se gli Stati Uniti potessero trovarne da inviare, avrebbe un costo altissimo in morti. Il governo iraniano sarebbe politicamente rafforzato – in patria e in tutto il mondo islamico. I russi e i cinesi appoggerebbero de facto l’Iran.

E peggio di tutto per gli Stati Uniti, quelli che in Iraq considerano i loro più stretti alleati comincerebbero a chiedere piuttosto rumorosamente il loro ritiro immediato dall’Iraq. L’ex primo ministro Ibrahim al-Jaafari si è già avviato su questa strada. Nessuno in Iraq, nessuno, vuole che gli Stati Uniti attacchino l’Iran, e nessuno emotivamente si schiera con gli USA su questo punto.

Ora, Cheney è un politico intelligente, e penso possa vedere tutto questo. Se è così, perché dovrebbe premere lo stesso per la guerra? Potremmo prendere in considerazione l’idea che creare un disastro ancora più grande per gli Stati Uniti gli sembri la migliore opzione a disposizione per raggiungere i suoi veri obiettivi politici?

Cheney (e Bush) sanno che controlleranno il governo degli Stati Uniti solo per altri due anni. Dopodiché non sanno chi sarà al potere, ma hanno ogni ragione di dubitare che saranno dei loro cloni. L’ultima cosa che vogliono è un passaggio pacifico dei poteri a chiunque possa smantellare quel che hanno costruito e tentare, anche solo tentare, di riportare gli Stati Uniti dov’erano – internamente e internazionalmente – negli anni da Nixon a Clinton.

Sperano di aumentare, non diminuire, il dissidio interno negli Stati Uniti. Sperano di smantellare ulteriormente la cornice delle libertà civili, che non è mai stata perfetta ma aveva consentito di porre qualche vincolo ai poteri del governo. Sperano in un’ulteriore regressione nel campo dei diritti sociali. Sperano in Stati Uniti più cupi in un mondo più cupo.

Qualcuno può fermarli? Forse. Ora nelle forze armate c’è una resistenza diffusa e piuttosto rumorosa. Per la prima volta in vita mio nella stampa ho visto ipotesi di un colpo di stato militare. Dubito che accadrebbe, ma la stessa ipotesi mostra quanto siano vasti i timori. E c’è la resistenza dei politici che essenzialmente sono per la maggior parte dei centristi moderati la cui maggiore preoccupazione è conservare le proprie posizioni elettive e che vanno dove soffia il vento dei loro elettori. Basterà? È difficile dirlo, ma lo vedremo più chiaramente nei prossimi due-tre mesi.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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