Fernand Braudel Center, Binghamton University
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207, 15 aprile 2007
Europa, 2057
L’Unione Europea
(UE) ha appena celebrato il suo cinquantesimo anniversario dalla firma dei trattati di Roma il 25 marzo 1957. Solo
uno dei presenti di allora, il francese Maurice Faure, è ancora vivo, ed è
apparso un po’ costernato per lo stato dell’Europa. In questa occasione il
titolo di Le Monde parlava di “cupezza” europea per l’Europa, e il
titolo sull’International Herald-Tribune di “inquietudine”. La causa
immediata di questo cinquantesimo anniversario non proprio festoso erano i
rifiuti referendari nel 2005 di Francia e Paesi Bassi della proposta di nuova
costituzione europea.
Il cancelliere
tedesco Angela Merkel, attuale presidente dell’UE, ha cercato di fare buon
viso, per l’anniversario ha convocato a Berlino gli stati membri, e li ha indotti
tutti ad adottare una proposta piuttosto ambigua di rinnovo dei negoziati in
vista di ulteriori passi avanti politici. Il problema adesso è a cosa può
somigliare, a cosa potrebbe somigliare, l’Europa fra altri cinquant’anni – nel
2057.
Fra il pessimismo
e la cupezza dei media e dei politici, Harris Interactive ha annunciato i
risultati di un sondaggio d’opinione sull’Europa del 2057, condotto in cinque
nazioni dell’Europa occidentale (Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e
Spagna) e negli Stati Uniti. Il sondaggio ha dato alcune sorprese. Quasi tutti
si sono dichiarati sicuri che l’EU funzionerà ancora nel 2057, e che l’euro
sarà diventata la valuta standard. Solo un terzo pensa che i rapporti
dell’Europa con gli Stati Uniti saranno migliorati.
Ma i risultati
più sorprendenti sono arrivati quando i partecipanti al sondaggio sono stati
interrogati sull’allargamento. Da un terzo alla metà (a seconda del paese)
pensa che la Russia farà parte dell’Unione Europea (una cosa che al momento non
sostiene quasi nessuno), e ancora di più sono quelli che si aspettano che ci
sarà anche la Turchia (cosa oggi assai controversa). Dati tutti i rumorosi
schiamazzi politici di questi giorni su quanto queste sarebbero due pessime
idee, sembra che gli europei, nel loro ruolo di indovini, non siano d’accordo,
o almeno si attendano altri esiti.
Quello che
questa contraddizione nelle prese di posizione rivela è la differenza fra politica
e geopolitica. La politica è fondamentalmente l’interazione immediata
di molteplici attori nell’arena politica, e riflette le loro preoccupazioni a
breve termine. In questa ottica si potrebbe dire che l’Europa è in uno stato
instabile. Ma la geopolitica riguarda le tendenze di medio termine che
vincolano gli attori a breve termine, e che riflettono interessi più di lungo
termine. Pochissimi, e certamente pochissimi politici, hanno
conoscenze/preferenze/opinioni geopolitiche. Le tendenze geopolitiche
trascinano con sé la maggior parte della gente senza che questa ne sia troppo
consapevole.
Il gruppo che si
incontrò a Roma nel marzo 1957 era eccezionale in quanto aveva una particolare
visione geopolitica, e finora è stato ampiamente giustificato dalla realtà
delle tendenze storiche. Il cancelliere Merkel ha cercato di convincere i suoi
colleghi capi di governo a guardare all’Europa in una cornice geopolitica che
sia più vicina alle aspettative degli europei occidentali, come riflesse nei
risultati del sondaggio.
Che tipo di
Europa vedremo probabilmente nel 2057? In ogni risposta a questa domanda ci
sono tre elementi principali. Prima di tutto, dato il precipitoso declino
geopolitico degli Stati Uniti, stiamo vivendo nel mezzo della creazione di un
sistema-mondo veramente multipolare. Il problema per l’Europa è se possa
competere – economicamente, politicamente, culturalmente – non con gli Stati
Uniti ma con l’Asia orientale. Questo dipende in parte dal realizzarsi o meno
di un’unione significativa in Asia orientale (Cina, Giappone e Corea). Ma
dipende anche dalla creazione o meno da parte dell’Europa di una struttura
politicamente più compatta e, inoltre, tale da includere anche Russia e
Turchia.
La seconda
considerazione è se l’Europa sarà o meno capace di trasformarsi da un
continente cristiano in un continente multireligioso. Papa Benedetto XVI ha
fatto della “ricristianizzazione” dell’Europa la priorità numero uno della
Chiesa cattolica. Attribuisce il “pericoloso individualismo” europeo alla sua
“secolarizzazione” storica. L’Europa, dice, sta “scivolando nell’apostasia” e
sta “perdendo fede nel proprio futuro”, e definisce questo come un vero e
proprio “collasso culturale”.
Le tendenze
geopolitiche non sembrano riflettere i desideri del Papa. La percentuale di
musulmani cresce ogni giorno, e ogni giorno il numero dei cristiani praticanti
diminuisce. E allora, ha ragione il Papa – questo implica il “collasso
culturale” dell’Europa? Oppure l’Europa può sviluppare una nuova e vigorosa
cultura che in effetti prosperi sulla sua ricomposizione demografica? La
risposta resta aperta.
E infine nel
2057 l’Europa sarà un’isola di relativa stabilità interna, o una zona di acuto
conflitto interno? Si tratta della questione sociale – la misura in cui
l’Europa sarà in grado di controbilanciare la crescente polarizzazione interna
causata dalle pressioni neoliberali. Finora è stata relativamente resistente
all’appello a smantellare le sue politiche di welfare pubblico. Ma le pressioni
non diminuiscono, crescono. È improbabile che un’Europa neoliberale sarà
un’Europa tranquilla. In un sistema-mondo in crisi strutturale l’Europa può
svolgere piuttosto il ruolo di una forza di trasformazione positiva? Anche
questa domanda resta aperta.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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