Fernand Braudel Center, Binghamton University

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208, 1 maggio 2007

Africa, 2057

L’anno 2007 segna il cinquantesimo anniversario delle indipendenze africane. Faccio risalire questo evento al 6 aprile 1957, quando la colonia britannica della Costa d’Oro divenne lo stato indipendente del Ghana, la prima colonia in quella che allora veniva chiamata l’Africa subsahariana ad ottenere questo status. Il leader del movimento che riuscì nella lotta per questa indipendenza era Kwame Nkrumah. Il mondo salutò questo giorno come una delle maggiori svolte nella storia dell’Africa, e mandò i suoi leader a prendere parte alle celebrazioni ad Accra. La Gran Bretagna inviò la principessa di Kent e il suo primo ministro, Sir Harold Macmillan. Gli Stati Uniti il loro vice presidente Richard Nixon.

Io stesso ero ad Accra quel giorno, e posso testimoniare la qualità assolutamente entusiastica e positiva dei festeggiamenti e il generale ottimismo per il futuro dell’Africa che si sentiva nel Ghana e in tutto il continente. Nkrumah aveva detto: “Cercate prima il regno politico, e tutte le altre cose vi saranno date in sovrappiù.” Ed ecco che lo si poteva provare.

L’indipendenza del Ghana fu seguita dal coraggioso rifiuto della Guinea di restare nell’orbita francese nel 1958, e poi da una cascata di indipendenze nel 1960, sedici paesi in tutto. L’anno 1960 fu soprannonimato “l’anno dell’Africa.” L’anno 1960 fu anche l’anno della crisi del Congo. Fu la prima guerra civile dell’Africa indipendente, il primo rientro di truppe europee in Africa, e il primo assassinio di un capo di governo africano – il primo ministro Patrice Lumumba.

Tuttavia quello che venne chiamato “lo scendere verso sud della liberazione africana” continuò per vari altri anni, finché non colpì la dura roccia dell’Africa meridionale ricca di minerali e dominata dai coloni – le colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico, l’autoproclamato stato indipendente della Rhodesia (oggi Zimbabwe), controllato dai coloni, lo stato dell’Africa sudoccidentale (oggi Namibia), controllato dal Sudafrica, e il Sudafrica dell’apartheid. Ci vollero altri venti anni per ottenere governi africani indipendenti in tutti questi stati, ma ci si riuscì.

Nel frattempo l’euforia del 1957-1960 cedette il posto a nuove realtà – colpi di stato militari, guerre civili, perfino guerre fra stati, più le gravi difficoltà degli anni ’70 e ’80 che furono stimolate ma non causate dagli aumenti del prezzo del petrolio. L’afro-ottimismo cedette il passo all’afro-pessimismo. Tutte le altre cose non venivano date in sovrappiù all’indipendenza politica. Nkrumah aveva avuto torto?

Lo stesso Nkrumah aveva avvertito che la fine del colonialismo sarebbe stata seguita dal neocolonialismo per via della persistente dipendenza economica degli stati africani dall’Europa occidentale e dal Nordamerica. Il rimedio di Nkrumah era l’unità africana, di cui tenne alta la bandiera. Riuscì a far ridefinire le dimensioni dell’Africa per includervi il Nordafrica. Ma la montagna costituita dal movimento per l’unità africana produsse negli anni ’60 solo un topolino, nella figura della debole struttura chiamata Organizzazione dell’unità africana (OUA). L’OUA fu ribattezzata in seguito Unione Africana (UA), ma non fu resa più forte.

Nel 2007 il quadro complessivo politico ed economico dell’Africa non corrisponde affatto alle speranze e alle aspettative del 1957. Qua e là si può indicare qualche piccolo miglioramento economico. Ma nel complesso le statistiche mostrano che l’Africa ha avuto la performance più debole di tutti i continenti. E qua e là si può indicare qualche rinnovato entusiasmo sulla scena politica. Ma nel complesso la maggior parte degli stati sono nelle mani di politici corrotti che non tollerano un’opposizione significativa ai loro regimi, e che non fanno granché per migliorare il destino dei loro popoli.

Come sarà l’Africa fra cinquant’anni? Naturalmente nessuno può esserne sicuro. Però si può avere qualche aspettativa ragionevole. Prima di tutto, sarebbe difficile che le cose vadano peggio. Oggi, nella gerarchia internazionale degli stati, quelli africani nel complesso stanno in fondo. Le giovani generazioni reagiscono a questa realtà in due modi. Alcuni emigrano, e alcuni stanno cominciando a strutturare nuovi movimenti – cercando di costruire una seconda ondata di lotte di liberazione nazionale.

In secondo luogo, nel 2057 la scena geopolitica sarà assai differente. La capacità degli Stati Uniti e della Francia di interferire direttamente sulla scena africana sarà quasi certamente scomparsa. Certi dicono che potrebbero essere sostituiti da nuovi soggetti che interferiranno, come la Cina o, suggeriscono alcuni, perfino il Brasile. Questo mi sembra assai poco plausibile, anche se non del tutto impossibile. Credo piuttosto che nei prossimi venticinque anni il relativo abbandono geopolitico dell’Africa lavorerà in suo favore, permettendo la nascita e la fioritura di nuovi movimenti di liberazione. Se questi studieranno bene la storia dell’Africa dal 1957 al 2007, potrebbero essere in grado di creare movimenti che facciano più sul serio su quel che va fatto per trasformare le strutture economiche, e su quel che va fatto per lottare contro la polarizzazione di classe interna.

Negli anni precedenti alle cerimonie dell’indipendenza presiedute da Nkrumah nel 1957, i suoi oppositori interni più conservatori ne irridevano i sostenitori, chiamandoli “ragazzi delle verande.” Si riferivano al fatto che molti dei militanti abitavano nelle città ed erano relativamente poveri, non avevano un domicilio permanente e dormivano sulle verande delle case altrui. Ciò indica in che grado il nazionalismo africano al suo apogeo aveva un importante elemento di conflitto di classe, cosa che è stata oscurata in buona parte della letteratura sull’Africa. La coscienza di classe può diventare nuovamente centrale nella politica africana. E se lo farà, data la crisi strutturale di tutto il sistema-mondo moderno e le condizioni geopolitiche ed economiche mondiali che questa sta generando, i movimenti africani potrebbero svolgere un ruolo molto maggiore nel risultato della lotta politica mondiale che oggi la maggior parte di noi prevede. Speriamo che sarà così.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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