Fernand Braudel Center, Binghamton University
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210, 1 giugno 2007
Porre termine alla guerra irachena: due piani in concorrenza
Esistono solo due piani seri (o
forse li si dovrebbe chiamare complotti) per porre termine alla guerra in Iraq.
Molti saranno sorpresi rendendosi conto che uno viene formulato da George W.
Bush, l’altro da Moqtada al-Sadr. I piani condividono il presupposto che la
guerra irachena è un pantano nel quale i due proponenti perdono ogni giorno di
più. Ma per il resto i due piani/complotti sono in totale conflitto fra loro.
Quando le cose vanno male in ogni
senso, i realisti lasciano perdere gli obiettivi massimi e cercano di
accontentarsi almeno di una cosa che però sia cruciale. Così la domanda
analitica da porsi è cos’è assolutamente cruciale per George W. Bush e cos’è
assolutamente cruciale per Moqtada al-Sadr?
Se cominciamo con Bush, prima di
tutto scordatevi la retorica e scordatevi quali erano stati i suoi obiettivi
all’avvio dell’invasione dell’Iraq. Pensate a dove si trova oggi. Ha perso la
maggioranza dell’appoggio popolare americano alla guerra in Iraq (è diminuito
fino a un terzo del pubblico, secondo gli ultimi sondaggi), e tutti i segni
sembrano indicare che, a meno di una ripresa militare, alla fine dell’estate i
risultati saranno ancora peggiori. Quanto alla situazione militare, il generale
Petraeus, comandante delle truppe USA in Iraq, sembra essere il brillante
capitano di una nave che affonda, e nulla di quanto gli Stati Uniti favoriscono
in termini di politica irachena sembra verificarsi. Il partito repubblicano
rischia di pagare un prezzo salatissimo per questo nelle elezioni del 2008.
E così, se voi foste Bush, cosa
cerchereste di salvare? Della lunga lista di obiettivi americani in Iraq, il
più importante è stata l’istituzione di una base militare USA a lungo termine
nel paese. In termini di politica interna, a Bush indubbiamente piacerebbe
minimizzare l’impatto negativo sulle elezioni del 2008. E se queste fossero le
due cose che hanno la priorità, come potreste farlo? Una recente fuga di
notizie indica quale complotto si sta preparando.
Se all’inizio del 2008 gli Stati
Uniti annunciassero di dimezzare la presenza delle proprie truppe, e di
ritirarle in larga misura dall’azione in prima linea, quale sarebbe la
conseguenza? Prima di tutto si indebolirebbe l’accusa dei democratici che non
si fa niente per ridurre il coinvolgimento e le perdite americane. In secondo
luogo si metterebbero i democratici nell’ imbarazzante situazione di dover dire
se sono o no a favore di basi a lungo termine in Iraq. È probabile che molti
democratici, forse la maggior parte, sarebbe a favore. È anche probabile che
perfino un presidente democratico, se eletto nel 2009, continuerebbe una tale
politica.
Cosa perderebbero in questo gli
Stati Uniti? Probabilmente la capacità di interferire quotidianamente nella
politica irachena. Potrebbero anche perdere la legge sul petrolio che Bush (e i
democratici) vogliono che il parlamento iracheno adotti. Probabilmente
porterebbe all’aumento del “soft power” iraniano in Iraq. Ma gli Stati Uniti
avrebbero le basi, e questo diminuirebbe la colpa del partito repubblicano per
il fiasco iracheno.
Gli Stati Uniti possono fare
questo? Ovvero dove entra in gioco il contropiano (o controcomplotto) di
Moqtada al-Sadr? Ancora una volta dimenticate la retorica, e dimenticate cosa
al-Sadr avrebbe potuto volere nel 2003. Guardate ai suoi dilemmi. È
politicamente e militarmente forte, ma ha oppositori potenti in Iraq. Ha
un’organizzazione non del tutto sotto il suo controllo. Se gli Stati Uniti si
ritirassero improvvisamente non è affatto sicuro che, nel maggiore caos che ne
risulterebbe, ne uscirebbe in vantaggio.
E allora qual è la cosa
fondamentale per lui? Vuole che gli Stati Uniti si ritirino completamente, e
vuole un governo centrale iracheno ragionevolmente forte. Certamente è un
leader sciita, ma è anche un nazionalista iracheno. La sua base è a Baghdad, e
troppo federalismo creerebbe grandi problemi per la sua sopravvivenza. Di cosa
sarebbe disposto ad accontentarsi? Qual è il suo complotto?
Il complotto sembra chiaro, dal
momento che i suoi lineamenti stanno emergendo tanto pubblicamente. Vuole
raggiungere un accordo con la resistenza sunnita, con la quale condivide tre
interessi: fare andar via gli Stati Uniti, tenere a freno la violenza
sunnita-sciita di cui ora tutti stanno perdendo il controllo, e creare un
governo centrale relativamente forte. L’accordo comporterebbe una maggiore
partecipazione sunnita (e perfino baathista) al governo. Ma comporterebbe anche
un’azione congiunta per liberare l’Iraq dagli elementi di al-Qaeda. E
comporterebbe la sconfitta del progetto di legge sul petrolio. Quest’ultima
cosa probabilmente è facile, dal momento che quasi nessuno in Iraq è a favore
di questa legge, anche se per ragioni diverse. E quasi tutti si opporrebbero a
basi USA a lungo termine.
A cosa rinuncerebbe al-Sadr? In
primo luogo al suo profondo antagonismo contro i baathisti. Ce la potrebbe
fare? Esistono vari ostacoli interni: i suoi rivali sciiti, i curdi, e gli
Stati Uniti, forse anche gli iraniani. Ma terrebbe alta l’insegna del
nazionalismo iracheno, e questo alla fine potrebbe avere risonanze profonde in
Iraq.
Questi due complotti cominceranno
a scontrarsi apertamente nel 2008 e nel 2009. Non è ancora sicuro quale dei due
avrà la meglio.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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