Fernand Braudel Center, Binghamton University

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212, 1 luglio 2007

Vincitori e sconfitti in Palestina

È facile vedere chi sono gli sconfitti. È più difficile vedere se ci sono vincitori. Nel corso di giugno c’è stato un drammatico confronto fra Fatah e Hamas a Gaza. La sequenza è stata la seguente. Il presidente Abbas ha sciolto il governo guidato da Hamas (del quale Fatah faceva parte). Il primo ministro Ismael Haniya ha detto che lo scioglimento era illegale e si è rifiutato di riconoscerlo. Le due parti hanno usato la forza l’una contro l’altra. A Gaza Hamas ha stravinto. Tutti i leader di Fatah hanno lasciato Gaza per la Cisgiordania, dove Abbas ha nominato un nuovo governo guidato da Salaam Fayyad, un governo senza membri di Hamas. De facto, Hamas ora controlla completamente Gaza. Fatah controlla la Cisgiordania, anche se con una sicurezza un po’ minore di quella di Hamas a Gaza. In Cisgiordania non solo Hamas esiste, anche se per il momento un po’ in clandestinità, ma le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, nominalmente affiliate a Fatah, agiscono autonomamente e in realtà non sono sotto il controllo di Abbas né sono d’accordo con le sue attuali politiche.

Abbas è in una posizione debole. Si è rivolto al mondo esterno – gli Stati Uniti, l’Unione europea (UE), i governi arabi “moderati” (fondamentalmente Egitto e Giordania) e Israele – per quattro cose: amore, soldi, armi e un progresso concreto verso uno stato palestinese indipendente. Finora ha avuto tanto amore, un po’ dei soldi che Israele deve all’Autorità palestinese (ma non tutti), niente armi (ma potrebbero essere in arrivo in quantità limitata), e nulla quanto al cosiddetto accordo finale con Israele.

Abbas ha bisogno di consolidare la sua autorità in Cisgiordania. Il nuovo lavoro di Tony Blair è di aiutarlo in questo (ed è questo l’unico lavoro di Tony Blair). Data la ridottissima probabilità di negoziati seri in vista di un accordo finale, per Abbas sarà dura riuscirci. E deve risolvere un grave dilemma – cosa fare con Gaza. Se la ignora del tutto, e non organizza alcun aiuto alimentare o umanitario, rinuncerà in pratica all’unità del potenziale stato palestinese. Se dà assistenza potrebbe danneggiare le sue possibilità di avere altri soldi (per non parlare di armi) dai suoi sostenitori esterni, e in particolare da Israele. Io considero Abbas e Fatah fra i principali sconfitti.

Stati Uniti, UE ed Egitto e Giordania, anche se stanno cercando di ricreare una situazione in cui Hamas venga escluso dal governo dell’Autorità palestinese, potrebbero presto rammaricarsi del proprio successo. Poiché, a meno che Abbas non faccia un miracolo, all’orizzonte c’è ancora guerra senza un esito chiaro. Dal momento che ciò sta accadendo nel momento stesso in cui l’Iraq alla fine sta crollando e le voci repubblicane per una riduzione immediata del coinvolgimento di truppe americane stanno crescendo con forza (a opera di potenti senatori repubblicani come Richard Lugar e John Warner), un’altra guerra in Israele/Palestina non è affatto vantaggiosa per gli interessi degli Stati Uniti, dell’EU, o dell’Egitto e della Giordania. Così, considero anche questo gruppo come sconfitto.

Poi c’è davvero il grande sconfitto – Israele. Certo, Ehud Olmert e il suo gabinetto non sembrano essere d’accordo. Sono così fissati sull’isolare Hamas per le sue presunte qualità terroristiche da essere incapaci di valutare perfino i propri interessi. Ma guardate la situazione di Israele. Da tantissimo tempo è in conflitto con i palestinesi. Questo conflitto lo si può considerare continuo dal 1987 (la prima intifada), dal 1967 (la guerra dei sei giorni), dal 1948 (la creazione dello stato di Israele), dal 1917 (la dichiarazione Balfour). Questo non è l’unico conflitto di vecchia data esistente, ma guardate come gli altri sono stati più o meno risolti.

Potremmo paragonare il conflitto Israele-Palestina al conflitto afrikaner-africani neri in Sudafrica, al conflitto unionisti-repubblicani in Irlanda del nord, al conflitto Stati Uniti-Cina dopo il 1949. In ciascuno di questi casi le due parti avevano retorica e obiettivi diametralmente opposti. In ciascuno di questi casi, le due parti avevano i loro “oltranzisti” che chiamavano “estremisti” (o “terroristi”) gli “oltranzisti” dell’altra parte. In ciascuno di questi casi sembrava praticamente impossibile colmare il divario fra le due parti. Eppure in ciascuno di questi casi alla fine è stato raggiunto un accordo politico, che come minimo ha posto termine alla violenza.

Come ci si è riusciti? È stato ottenuto un accordo politico solo quando in ciascuno dei due campi sono andati al potere quelli che i francesi chiamano interlocuteurs valables. Cos’è un interlocuteur valable? È un gruppo, spesso incarnato in un particolare leader, che gode di una base reale, è “oltranzista” nella sua politica, e dunque, se accetta un accordo di compromesso, è nella posizione di garantirlo. In Sudafrica l’accordo fu fra F.W. De Klerk e il Nationalist Party da una parte e Nelson Mandela e l’African National Congress dall’altra. Nell’Irlanda del nord l’accordo fu fra il Rev. Ian Paisley e il Democratic Unionist Party da una parte e Gerry Adams e il Sinn Fein dall’altra. Le tensioni USA-China vennero concluse quando il presidente Richard Nixon andò a Pechino a incontrare Mao Zedong.

Osservate qualcosa in ognuno di questi casi. Fino all’ultimissimo minuto almeno una delle due parti diceva che non sarebbe mai scesa a compromessi con l’altra perché era malvagia e indegna di fiducia. In ciascun caso alla fine le due parti fecero proprio questo. Le ragioni furono molteplici, ma il realismo e l’esaurimento furono fattori importantissimi nell’accordo finale. E in ciascun caso ogni parte fece dolorosi compromessi ma fu comunque in grado di far rigare diritto i propri seguaci.

Esistono oggi degli interlocuteurs valables del genere in Israele/Palestina? Dalla parte israeliana Ariel Sharon avrebbe potuto svolgere questo ruolo. Ehud Olmert è di gran lunga troppo debole per farlo. E per il momento Sharon non sembra avere un successore. Dalla parte palestinese Hamas potrebbe svolgere questo ruolo ora. Non è chiaro se in futuro potrebbe farlo. Per questo è difficile dire che Hamas sia stato un vincitore nel recente confronto. Ed è per questo che è difficile dire che l’Arabia Saudita, che appena qualche mese fa aveva architettato un governo congiunto Hamas-Fatah, sia un vincitore.

E adesso? Non stiamo aspettando semplicemente degli interlocuteurs valables, ma che gli attori riconoscano che nient’altro porrà termine alla lotta. Potremmo aspettare ancora parecchio.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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