Fernand Braudel Center, Binghamton University
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214, 1 agosto 2007
Musharraf può sopravvivere?
Povero Pervez Musharraf! Non è
molto popolare, e praticamente tutti lo mettono sotto pressione. Eppure si
trascina avanti, cercando di mantenere l’equilibrio e il suo potere, mentre
siede in cima a un vulcano in ebollizione. In realtà è andato meglio di quanto
si sarebbe creduto possibile.
Per cominciare dall’inizio,
dobbiamo ricordare le origini dello stato del Pakistan. Il principale movimento
nazionalista nell’India coloniale fu l’Indian National Congress, guidato dal
Mahatma Gandhi e da Jawaharlal Nehru. Mohammed Ali Jinnah, un avvocato secolare
di origine musulmana, ne fu un membro attivo. Ma in lui andò sempre più
crescendo la sensazione che i musulmani come gruppo (si potrebbe dire come
gruppo etnico) erano relegati a una cittadinanza di seconda classe. Jinnah
aderì alla Lega musulmana, un movimento che perseguiva l’autonomia/indipendenza
per una regione “musulmana”. Nel 1934 ne divenne il presidente, e nei negoziati
finali per l’indipendenza dell’India con i britannici riuscì a ottenere uno
status separato e indipendente per il Pakistan.
Il 14 agosto 1947, quando il
Pakistan divenne uno stato indipendente, era costituito da diverse province nel
nord-ovest dell’India coloniale e da una provincia nel Bengala nel nord-est,
molto lontana dal settore occidentale. L’11 agosto di quell’anno Jinnah fece un
discorso inaugurale di fronte al futuro organismo legislativo del Pakistan,
chiedendo una “democrazia pluralista e inclusiva”, che garantisse pari diritti
per tutti i suoi cittadini di qualsiasi gruppo etnico o religioso. Non solo la
Lega musulmana era essenzialmente un movimento nazionalista, secolare e
modernista, ma le forze armate che sarebbero state istituite traevano il
proprio personale dalle vecchie forze militari britanniche in India, e il suo
corpo di ufficiali per la maggior parte era ugualmente secolare.
Come sappiamo, per India e
Pakistan l’indipendenza produsse immediatamente una terribile violenza fra
gruppi e, fra l’altro, una lotta per il controllo del Kashmir. L’esito netto di
questa lotta iniziale fu non solo una spartizione de facto (e a tutt’oggi
contestata) del Kashmir ma anche un trasferimento di popolazioni, cosìcché il
Pakistan divenne prevalentemente musulmano. Nel 2007 la sua popolazione conta 165
milioni di abitanti, il che fa del Pakistan il sesto stato più popoloso del
mondo, e con un tasso di natalità fra i più alti. Questa popolazione è oggi per
il 97% musulmana, il 20% della quale sciita.
La storia politica del Pakistan è
stata tumultuosa. I suoi rapporti con il suo principale vicino, l’India, sono
sempre stati tenui e conflittuali. La parte orientale del Pakistan si separò
nel 1971, con l’incoraggiamento indiano, per diventare lo stato del Bangladesh.
Il primo colpo di stato militare ebbe luogo nel 1958. Il governo civile, sotto
un partito urbano e in larga misura secolare guidato da Zulfikar Ali Bhutto,
venne restaurato nel 1972, solo per essere rovesciato ancora cinque anni più
tardi. Il colpo di stato fu guidato dal generale Zia ul-Haq, che era un
musulmano estremamente devoto e installò la sharia come legge dello stato. Rinominò
anche il paese Repubblica islamica del Pakistan. Il governo civile fu
restaurato anni più tardi sotto l’egida della figlia di Bhutto, Benazir Bhutto,
che cedette poi il posto a Nawaz Sharif. Nel 1999 Sharif cercò di arrestare il
suo capo di stato maggiore, un certo generale Pervez Musharraf, che riuscì a
sua volta a far arrestare Sharif e a piazzarsi alla testa del governo. Fu
proclamato presidente nel 2001, ed eletto a quella carica nel 2002.
Per dare un senso a questo avanti
e indietro dobbiamo identificare i principali attori politici nel Pakistan e le
sue alleanze geopolitiche. Per cominciare con queste ultime, la maggiore
preoccupazione del Pakistan è sempre stata l’India, e quindi ha cercato
logicamente l’appoggio di due stati le cui relazioni con l’India sono state
fredde per tutta la guerra fredda – gli Stati Uniti e la Cina. Questi due stati
consideravano la politica estera indiana troppo vicina a quella dell’Unione
Sovietica. Le tensioni militari fra india e Pakistan hanno portato entrambi gli
stati a rifiutarsi di firmare il trattato di non proliferazione nucleare e a
sviluppare armi nucleari, con grande contrarietà degli Stati Uniti.
All’interno, nel 2007 la
situazione è del tutto diversa da quella del 1947. L’islamismo come forza
politica è diventato estremamente forte e permea ampi settori delle forze
armate. Gli islamisti sono scontenti dei legami del Pakistan con gli Stati
Uniti, specialmente negli ultimi cinque anni. Alle forze politiche secolari e
urbane piacerebbe cacciare Musharraf (così come le forze armate) dal potere
politico e di recente hanno mostrato la loro forza nel loro riuscito appoggio
al presidente della Corte suprema, che Musharraf aveva cercato di destituire. Le
forze armate, anche se islamiste, in realtà non vogliono cedere il loro ruolo a
elementi jihadisti come al-Qaeda, e quindi tentano di svolgere un ruolo di
ponte – ammansendo ma cercando di contenere le forze jihadiste.
Quando negli anni ’80 gli Stati
Uniti stavano appoggiando i jihadisti in Afghanistan, il loro alleato più forte
era il Pakistan, e in particolare le unità dei servizi segreti militari, l’ISI.
Durante gli anni ’90 l’ISI ha aiutato i Talebani a prendere il potere in Afghanistan.
Quindi l’ISI è stato piuttosto scontento quando gli Stati Uniti hanno
rovesciato i Talebani e non hanno cooperato molto riguardo all’Afghanistan, un
cosa di cui l’attuale presidente afgano, Hamid Karzai, a tutt’oggi si lamenta.
Sembra abbastanza chiaro che,
quando Osama bin Laden ha lanciato l’attacco contro gli Stati Uniti l’11
settembre 2001, uno dei suoi maggiori obiettivi, se non il principale, era
abbattere i regimi in Pakistan e in Arabia Saudita. Perché e in che modo? Bin
Laden considerava i regimi dei due paesi troppo accomodanti con gli Stati Uniti
dietro il loro ambiguo linguaggio sull’islamismo. Si aspettava che gli Stati
Uniti premessero sul regime di Musharraf affinché attaccasse totalmente i suoi
islamisti locali. La teoria di Bin Laden era che, se lo avesse fatto, il regime
di Musharraf sarebbe caduto.
Musharraf ha resistito a questa
pressione (come ha fatto l’Arabia Saudita), essendo d’accordo con bin Laden sul
fatto che fosse politicamente suicida fare quello che gli Stati Uniti volevano.
D’altra parte ha dovuto accontentare relativamente gli USA per non perdere il
loro cruciale appoggio economico e militare. Così ogni tanto getta un osso agli
Stati Uniti, come nel recente assalto alla Moschea rossa, una roccaforte
islamista. Ma sta attento a non andare oltre.
E questa contraddizione è quel ci
porta alla situazione di oggi. I jihadisti sono ben installati nelle cosiddette
aree di frontiera del nord-ovest (che sono sempre state de facto autonome) e
Musharraf non osa agire realmente contro di loro. I jihadisti denunciano
Musharraf per essere troppo filoamericano. D’altra parte gli Stati Uniti lo
considerano di gran lunga troppo accomodante con i jihadisti. Gli USA
continuano a borbottare di azione diretta. Ma in realtà non possono mettersi
del tutto contro Musharraf, per paura che gli succeda un regime ancora
peggiore. Intanto le classi secolari urbane stanno premendo su un Musharraf
indebolito perché abbandoni e ceda il passo a un regime realmente civile.
La base fondamentale di Musharraf,
anzi la sua unica base, resta l’esercito. Ma finché le guerre in Afghanistan e
Iraq continueranno, la forza politica islamista continuerà a crescere. E il
Pakistan ha molte armi nucleari. Se gli islamisti arrivassero a un potere senza
freni questo porrebbe una minaccia geopolitica reale per gli Stati Uniti, a
differenza di quella inventata di Saddam Hussein.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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