Fernand Braudel Center, Binghamton University
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217, 15 settembre 2007
L’attacco all’Iran è in programma?
L’Iran è tornato in vetta alle
notizie. Quasi ogni giorno sentiamo funzionari del governo USA che denunciano
malefatte iraniane, con il chiaro sottinteso che l’opzione militare è vicina. Leggiamo
dell’accresciuta prontezza a un attacco delle forze aeree e navali americane. La
blogosfera è piena di messaggi che protestano contro un simile attacco. Sta per
accadere? E sarebbe “razionale”?
La razionalità dipende da che
obiettivi si hanno. Così analizziamo prima quali potrebbero essere gli
obiettivi di chi sembra proporre un tale attacco, come pure chi, in posizioni
di potere, è contrario a questa idea. E poi guardiamo alle probabili
conseguenze di un attacco, se si dovesse verificare. Sembrano esistere due gruppi
principali di sostenitori di una attacco – il vice presidente Cheney e i suoi
amici; l’attuale governo di Israele e i suoi amici.
Gli israeliani non hanno nascosto
il fatto che da molto tempo credono che l’Iran stia procedendo rapidamente a
ottenere armamenti nucleari, e che questo rappresenta un enorme pericolo per lo
stato di Israele. Vogliono che qualcuno bombardi le installazioni iraniane.
Preferirebbero che a farlo fossero gli Stati Uniti piuttosto che loro in
persona, perché gli Stati Uniti hanno a disposizione una maggiore forza aerea e
perché questo sarebbe meno politicamente dannoso per Israele. Ma hanno
minacciato di farlo loro stessi, se gli Stati Uniti non lo faranno presto. Dal
punto di vista israeliano sarebbe una ripetizione di quello che considerano il
loro riuscito bombardamento delle installazioni irachene di Osirak nel 1981. Questo
obiettivo per gli israeliani è così importante che recentemente si è saputo
che, nel 2002-2003, prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iraq, Israele stava
chiedendo loro di attaccare l’Iran.
Cheney probabilmente ha un
obiettivo diverso. Lui e i suoi amici potrebbero essere meno sicuri che un
attacco all’Iran avrebbe lo stesso successo dell’attacco israeliano all’Iraq
nel 1981. L’obiettivo di Cheney, più che cosa accadrebbe come risultato in
Iran, è cosa accadrebbe negli Stati Uniti. Il vice presidente probabilmente si
aspetta che un attacco all’Iran migliorerebbe le prospettive repubblicane nel
2008, promuoverebbe la militarizzazione interna degli Stati Uniti,
rafforzerebbe ulteriormente la presidenza, e indebolirebbe ulteriormente le
libertà civili. Se questo è l’obiettivo, allora un vantaggio limitato nello
stesso Iran sarebbe irrilevante.
È chiaro che ci sono potenti
forze contrarie a un attacco del genere. All’interno del governo americano la
presenza neocon è molto diminuita. Sembra che il Segretario di Stato Condoleeza
Rice, il Segretario alla Difesa Robert Gates e lo Stato Maggiore interarmi
congiunto pensino tutti che sia una cattiva idea. È probabile che anche
importanti leader aziendali la pensino così, e questo probabilmente significa
che pure il Segretario al Tesoro Henry Paulson è contrario. Anche gli alleati
degli Stati Uniti, britannici compresi, sembrano contrari a un azione militare.
Ed è ovvio che il governo iracheno è contrario all’idea. Così, sono Cheney e
gli israeliani contro tutti gli altri.
Il ragionamento degli oppositori
è basato in larga misura su un’analisi di quali sarebbero le conseguenze di un
attacco aereo. La prima domanda è quanto sarebbe efficace. È chiaro che gli
iraniani hanno tratto la loro lezione dall’attacco israeliano all’Iraq. Hanno
disperso i loro siti nucleari, che sembrano essere multipli, e li hanno
piazzati molto sotto terra. Le informazioni USA sui siti probabilmente sono
piuttosto limitate, e non è affatto certo che gli aerei americani possano anche
solo localizzarli tutti, o distruggere tutti quelli che riuscissero a
localizzare. E se gli Stati Uniti non invieranno forze di terra potrebbe essere
un fiasco militare. Ma gli Stati Uniti non possono inviare forze di terra,
semplicemente perché non ne hanno.
In secondo luogo, è probabile che
gli iraniani agirebbero politicamente/militarmente per rispondere in qualche
modo, in Iraq o in Afghanistan o in entrambi i paesi, il che potrebbe essere
estremamente negativo per gli Stati Uniti. In Afghanistan, gli Stati Uniti e
l’Iran hanno lavorato più o meno in
tandem, e gli Stati Uniti non sono in condizioni di perdere il tacito
appoggio iraniano.
Terzo, l’impatto sull’Iraq è
difficile da prevedere nei dettagli. Ma costringere il governo al-Maliki a
prendere posizione su tale questione sicuramente non aiuterà la già debole
situazione politica degli Stati Uniti in Iraq. Se costretti, è altamente
improbabile che i principali partiti sciiti farebbero altro che appoggiare
l’Iran, almeno tacitamente.
Quarto, la reazione delle altre
maggiori potenze mondiali sarebbe nel migliore dei casi riservata. Forse
l’Europa occidentale direbbe poco pubblicamente, ma certo non applaudirebbe un
bombardamento. E Russia e Cina probabilmente lo condannerebbero. Per quanto
molti dei vari regimi arabi cosiddetti moderati possano avere paura della forza
iraniana, sembra improbabile che possano permettersi di applaudire un’azione
aggressiva contro un paese musulmano. Per quelli con significative minoranze
sciite ci sarebbe il pericolo di dimostrazioni popolari, che i governi
potrebbero trovare difficili da reprimere.
Infine, è probabile che come
conseguenza immediata di un bombardamento americano dell’Iran le attuali
trattative diplomatiche fra Corea del Nord e Stati Uniti fallirebbero, poiché
confermerebbe i peggiori timori nordcoreani.
In breve, sarebbe un pasticcio
diplomatico e un rischio di ampia, ulteriore violenza in Medio Oriente. E, se
non ci fossero chiari benefici militari, il vantaggio per Israele potrebbe
essere davvero assai limitato. Tutto ciò è senza dubbio quanto si dice al
momento nelle discussioni all’interno del governo USA. L’unica debolezza di chi
nel governo americano è contrario all’azione militare è che tutto quello che ha
da offrire al suo posto sono ulteriori sforzi diplomatici e forse ulteriori
pressioni economiche. Cheney sta sicuramente sostenendo che nemmeno questo
funzionerà. E probabilmente ha ragione.
Dunque sarebbe “razionale” per
gli Stati Uniti bombardare l’Iran? Quasi sicuramente no, non solo dal punto di
vista dell’attuale governo americano ma anche dal punto di vista israeliano. Potrebbe
essere “razionale” se l’obiettivo principale è cambiare l’attuale atmosfera
politica negli Stati Uniti, ma in tal caso a un prezzo altissimo.
Molti commentatori di sinistra in
tutto il mondo dicono che gli Stati Uniti alla fine potrebbero passarla liscia
dopo un bombardamento, dal momento che le reazioni di cui ho parlato alla fine
sarebbero più blande di quanto da me suggerito. E alcuni dicono che le azioni
di gente disperata (tali considerano sia Cheney che il governo israeliano) non
sono frenate dal tipo di analisi di conseguenze che ho qui proposto. Forse! Ma
secondo me la probabilità che un’azione così “disperata” prevalga è bassissima,
se non interamente impossibile.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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