Fernand Braudel Center, Binghamton University

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218, 1 ottobre 2007

"L’Iraq e le elezioni USA "


Il 4 novembre 2008 gli Stati Uniti eleggeranno un nuovo presidente, una nuova Camera dei Rappresentanti, un nuovo terzo del Senato. L’elefante nella stanza è la guerra in Iraq. Tutti sanno che sta lì. Tutti sanno che sarà il maggior fattore che determinerà l’esito delle elezioni. E nessuno è del tutto sicuro di come trattarlo in termini di vittoria elettorale.

La maggior parte dei politici si preoccupa prima di tutto della propria (ri)elezione, in secondo luogo del fatto che il proprio partito ottenga una maggioranza, e solo al terzo posto mette i problemi ideologici. I principali candidati alle nomination presidenziali, e la maggior parte di quelli che concorreranno per seggi al Congresso, stanno calcolando dove posizionarsi per perdere il minor numero di elettori che normalmente voterebbero per loro, e attrarre più elettori possibile “al centro”. Viste da un analista, le decisioni da prendere non sono facili, e questo si riflette nelle ambigue prese di posizione cui stiamo assistendo.

Cominciamo con i possibili candidati presidenziali. Comunemente si crede che la guerra in Iraq ha traghettato dei voti in favore del candidato democratico, chiunque possa essere. Questo sembra essere costantemente confermato dai sondaggi. Ma cosa conclude da questo un potenziale candidato? Sembra che i principali candidati repubblicani stiano concludendo tutti che non si possono permettere di essere meno che falchi, per non disgustare gli ultimi elettori sui cui possono fare affidamento, la cosiddetta base. Ma sembrano poter concludere anche di dover prendere le loro distanze da Bush, in effetti biasimandolo non per una posizione sbagliata ma per l’incompetenza nel metterla in atto. E ovviamente sperano che i principali candidati democratici faranno o diranno qualcosa attaccabile come “antipatriottica” e così recuperare elettori “al centro”. Potrebbero anche contare su qualche evento drammatico che possa riaccendere le ire popolari contro il “nemico” e recuperare così al campo repubblicano indipendenti e repubblicani scontenti. Come ha detto il senatore Chuck Hagel, egli stesso un repubblicano scontento, “il partito repubblicano ha vinto due elezioni sul tema della paura e del terrorismo [e] ci proverà ancora.”

È chiarissimo che i principali candidati democratici stanno facendo più o meno la stessa analisi. Sulla guerra vogliono sembrare moderatamente delle colombe per propiziarsi la loro base, ma non tanto da poter essere effettivamente etichettati come in qualche modo “traditori”, per non perdere gli indipendenti e repubblicani scontenti. Sono cauti, sentendo che sarà solo colpa loro se riusciranno a non ottenere l’elezione di un Congresso e di un presidente democratico. In ogni caso alla maggior parte di loro sembra inutile adottare al Congresso una linea molto più forte, dal momento che in realtà non hanno i voti per approvare alcunché. Al Senato non hanno i 60 voti che servono anche solo per ottenere una votazione formale sulle loro proposte, e certamente non hanno i 67 che servono a superare un sicuro veto presidenziale. Nell’ultimo dibattito fra i candidati democratici, nessuno era pronto a impegnarsi a un ritiro totale di tutte le truppe entro il 2013. Chiaramente questa cautela sta irritando sempre di più la loro base più militante. Eppure finora non c’è segno che il forte sentimento contrario alla guerra fra questi elettori più militanti porterà da parte loro a un rilevante abbandono del candidato democratico alla presidenza.

Il vero problema sono le elezioni per il Congresso. Già nel 2006 gli strateghi democratici erano profondamente divisi fra chi era sicuro che più “moderato” era il democratico, più probabile era la vittoria locale, e chi sosteneva esattamente il contrario, che solo un candidato ideologicamente audace poteva mobilitare gli elettori. I risultati del 2006 sembrano indicare che nessuno dei due argomenti fosse corretto per tutti i distretti. E così ci possiamo aspettare che la discussione tattica continui.

In elezioni bipartitiche (o perfino multipartitiche) la questione tattica importante non è se sia più probabilmente efficace essere più “centrista” o più “radicale”. La questione reale è cosa si definisce come “centro”. Negli ultimi 25 anni negli Stati Uniti i repubblicani sono stati capaci di spingere la definizione di “centro” sempre più a destra. Nel 2006 la tendenza è leggermente rimbalzata. La questione irrisolta è se fra ora e le elezioni del 2008 ciò che negli Stati Uniti viene definito “centro” si sposterà ancora più a sinistra. È qui che la retorica pubblica svolge un ruolo chiave, così come gli eventi politici “inaspettati”. In un certo senso si tratta di Cheney contro MoveOn in un corpo a corpo retorico.

Se MoveOn dovesse prevalere, anche solo un po’, non conterebbe molto quanto fosse “centrista” la linea che il candidato democratico alla presidenza proporrebbe nella campagna. I risultati elettorali determinerebbero in larga misura la posizione politica dopo le elezioni. Ma, se dovesse prevalere nella retorica, Cheney potrebbe non impedire a un candidato democratico di diventare presidente, ma gli renderebbe assai difficile un rapido ritiro dall’Iraq.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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