Fernand Braudel Center, Binghamton University
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219, 15 ottobre 2007
Il Giappone, gli Stati Uniti e l’economia-mondo
A volte notizie sorprendenti e
rivelatrici sono seppellite nelle ultime pagine dei giornali. Il 3 ottobre
nella sua sezione economica il New York Times ha pubblicato una piccola tabella
sull’accesso a internet, che elencava dieci paesi con economie forti e mostrava
per ciascuno di essi due cifre: la velocità media delle connessioni a larga
banda in megabit al secondo, e il prezzo mensile del servizio (un megabit al
secondo). Il paese più veloce e più economico era il Giappone (61.0 e $0.27). Il
secondo in classifica era la Corea del Sud (45.6 e $0.45).
In questa tabella quello che era
interessante era la posizione degli Stati Uniti rispetto al Giappone. Gli USA a
4.8 erano quattordici volte più lenti del Giappone e a $3.33 dodici volte più
cari. È gustoso notare che la Francia, tanto spesso disprezzata negli Stati
Uniti per la sua arretratezza economica, anche se non era al livello del
Giappone, era tre volte abbondanti più veloce degli Stati Uniti (17.6), e cara
la metà ($1.64).
La spiegazione di questa enorme
discrepanza è il rapporto fra imprese e mercato capitalista in Giappone e negli
Stati Uniti. Affinché il Giappone sia quello che il Times chiama un “paradiso
della banda larga” le imprese giapponesi hanno dovuto fare vasti investimenti e
offrire ai clienti forti sconti. Lo fanno in base alla teoria che trascurare i
profitti a breve termine e investire miliardi in progetti a lungo termine alla
fine renderà. È stata questa la filosofia che ha permesso al Giappone di creare
una delle due linee ferroviarie più veloci del mondo – la Shinkansen. L’unico
concorrente in questo campo è il francese TGV. Gli Stati Uniti, come tutti
sanno, hanno un miserevole sistema di treni noto come Amtrak, che quasi nessuno
usa, e che economicamente è sempre in perdita.
Le due differenze cruciali fra
Giappone e Stati Uniti è che sui dirigenti aziendali americani si preme molto
perché giustifichino qualsiasi spesa in conto capitale che possa intaccare gli
utili dell’anno in corso, e che il governo USA non è disposto a dare incentivi
finanziari alle aziende per contribuire a finanziare investimenti a lungo
termine.
Le ragioni delle differenze sono
ovvie. Oggi le aziende americane sono dominate da un ethos speculativo, in cui
il turnover del personale ai vertici è costante e le acquisizioni di società
sempre all’orizzonte. Il consuntivo dell’anno in corso è tutto quel che conta
per un direttore generale che potrebbe non essere in grado di trarre vantaggio
da un rendiconto finale che tenga conto dell’anno successivo (per non parlare
di uno che tenga conto del prossimo decennio). E il governo USA spende tutti i
suoi soldi in investimenti militari e sgravi fiscali per i ricchissimi. Non
resta niente per l’investimento capitalista a lungo termine. Invece secondo
Kazuhiko Ogawa, direttore generale della sezione strategia della rete alla
Nippon Telegraph & Telephone, i giapponesi stanno investendo in una
trasformazione “una volta in un secolo”.
La bolla nelle azioni americane
potrebbe continuare ancora per un po’. Ma fra un decennio gli Stati Uniti
potrebbero essere superati in maniera imbarazzante dai giapponesi (e dai
sudcoreani, e perfino dai francesi) nell’informatica, che tutti dicono sempre
essere uno dei settori chiave dell’economia capitalistica attuale,.
È in questo modo che il declino
egemonico rinforza se stesso. Il paese leader si concentra sulla situazione a
breve termine, e investe eccessivamente in spese militari improduttive. La
speculazione sostituisce l’innovazione come fonte di profitti. E prima che uno
lo sappia, gli altri (in questo caso i giapponesi, ma non solo loro) sfrecciano
avanti controllando la tecnologia del futuro. Questo è quel che fecero gli
Stati Uniti quando erano, oh tanto, tanto tempo fa, una potenza economica in
ascesa.
L’unico modo per invertire (anche solo parzialmente) questa tendenza è un enorme cambiamento culturale negli Stati Uniti. George W. Bush non è pronto neanche solo a pensarci. Hillary Clinton o Barack Obama sono pronti a esercitare la loro leadership in questa direzione? Non c’è niente di meno sicuro.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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