Fernand Braudel Center, Binghamton University
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220, Nov. 1, 2007
Ultima chiamata per una soluzione a due
stati?
L’opinione prevalente nel mondo su come risolvere politicamente il
conflitto tra i due nazionalismi in Israele/Palestina è la cosiddetta soluzione
a due stati, cioè la creazione di due stati, Israele e Palestina dentro i
confini dell’ex protettorato inglese di Palestina. In effetti, questa posizione
non è affatto nuova, si potrebbe dire che era la posizione prevalente nel mondo
durante il ventesimo secolo.
La dichiarazione Balfour del governo inglese del 1917 richiedeva la
costituzione di una “casa nazionale ebraica” all’interno della
Palestina, il che implicava l’idea di due stati. Quando l’ONU approvò la sua
risoluzione nel 1947, essa richiedeva esplicitamente la costituzione di due
stati (con uno status speciale per Gerusalemme). La partizione era sostenuta al
tempo sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, come pure dai movimenti
sociali in linea con essi. Gli accordi di Oslo del 1993 richiedevano due stati.
E oggi Condoleezza Rice insiste che un’intesa finale su due stati è un affare
urgente che spera di vedere realizzato in una conferenza da convocare ad
Annapolis, nel Maryland (in data ancora imprecisata, presumibilmente entro
Novembre di quest’anno).
Qual è stata la reazione storica, da un lato del movimento Sionista (e
dello stato di Israele) e d’altro lato dei successivi rappresentanti dei
palestinesi arabi, all’idea di una partizione permanente, cioè dei due stati? In
pratica, l’idea non è mai piaciuta a nessuna delle due parti. Tra i
sionisti/israeliani, c’erano inizialmente tre diverse posizioni, nessuna delle
quali favorevole alla partizione. C’erano i cosiddetti revisionisti (e i gruppi
loro successori come oggi il likud) che richiedevano apertamente uno stato
esclusivamente ebraico (in realtà, inizialmente doveva comprendere la
Giordania). Per molti dei suoi sostenitori, questo implicava la necessità di
espellere i non-ebrei dal territorio. C’era all’altro estremo lo spettro di un
piccolo gruppo di intellettuali (come Judah Magnes and Martin Buber) che richiedevano
la costituzione di uno stato unitario binazionale arabo-israeliano, una
posizione che scomparve dopo la creazione dello stato di Israele nel 1948. E
poi c’erano i sionisti tradizionali che divennero i leader politici
tradizionalisti in Israele. Questi accettavano l’idea della partizione come una
necessità realistica, e contemporaneamente cercavano di curare un’espansione
strisciante delle frontiere dello stato ebraico, sperando un giorno di arrivare
a occupare la maggior parte del paese o tutto. Questa era essenzialmente la
posizione di figure di primo piano come David Ben-Gurion, e più tardi Ariel
Sharon.
L’unico gruppo sionista/israeliano che abbia mai richiesto due stati come
soluzione permanente e definitiva erano movimenti quali Peace Now (pace
adesso), che emersero dopo il 1967 con la proposta di scambio “terra per pace”.
Questi gruppi non sono mai riusciti a conquistare una maggioranza netta nelle
elezioni in Israele e oggi la loro posizione è più che mai di minoranza.
Dalla parte araba/palestinese, la resistenza all’idea di due stati è sempre
stata grande. All’inizio mancavano del tutto sostenitori dell’idea. Questo
perché, quando le Nazioni Unite deliberarono sulla partizione nel 1947, non
c’erano rappresentanti della parte araba/palestinese. L’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina (OLP) fu creata nel 1964 specificamente in
opposizione all’idea. L’OLP cambiò lentamente posizione negli anni ’80 e
all’interno degli accordi di Oslo del 1993 accettò formalmente l’idea dei due
stati. Secondo molti israeliani, comunque, questo cambiamento di posizione era
puramente tattica e non sincera, una specie di immagine speculare
dell’accettazione prammatica di Ben Gurion-Sharon della partizione come il
realismo del presente, continuando sempre a sperare di progredire verso una
successiva soluzione con un solo stato.
Oggi, comunque, il presidente Mahmoud Abbas dell’autorità palestinese
propugna in modo forte e chiaro la soluzione a due stati. E gli stati arabi,
guidati dall’Arabia Saudita, sono chiaramente pronti a ratificare questa
soluzione. D’altro lato, oggi, il primo ministro israeliano Ehud Olmert sembra
un fautore al più molto tiepido della proposta di creare uno stato palestinese.
Allora, quali sono le prospettive di arrivare ad un accordo? Non molto
forti, come riconosciuto in una dichiarazione di otto autorevoli figure
pubbliche che hanno recentemente pubblicato in The New York Review of Books quella
che potrebbe essere vista come l’ultima chiamata per una soluzione a due stati.
Essi la intitolano in modo che suona anche minaccioso "Failure Risks
Devastating Consequences" (Conseguenze devastanti dei rischi di
fallimento). Chi ha firmato la dichiarazione? Il primo nome è Zbigniew
Brzezinski, che era il consigliere sulla sicurezza nazionale di Jimmy Carter e
un consigliere chiave di Barack Obama. Ci sono altri tre notabili democratici:
Lee Hamilton, già co-presidente del gruppo di studio sull’Iraq; Thomas
Pickering, sottosegretario di stato di Bill Clinton; e Theodore Sorenson, consigliere
speciale di John F. Kennedy. Il lato republicano è ugualmente
eminente: Brent Scowcroft, consigliere alla sicurezza nazionale sia di Gerald
Ford che di George H.W. Bush (che viene spesso considerato come la voce
ufficiosa del primo presidente Bush); Carla Hills, incaricato del commercio USA
di George H.W. Bush; l’ex-senatore Nancy Kassenbaum-Baker; e Paul Volcker, ex
presidente del collegio dei governatori del Federal Reserve System.
I membri di questo gruppo molto prestigioso hanno una caratteristica
comune: non hanno avuto niente a che fare con la presente amministrazione di
George W. Bush. La loro lettera è stata mandata al presidente Bush ed a
Condoleezza Rice. Essi propongono una proposta dettagliata, quella che ognuno
sa essere l’unica plausibile soluzione a due stati: due stati basati sulle
frontiere del 1967, due capitali in Gerusalemme con specifiche soluzioni per i
luoghi sacri e “una soluzione per il
problema dei rifugiati che sia consistente con la soluzione a due stati,
risponda al profondo senso di giustizia dei rifugiati palestinesi e che
fornisca loro anche significativi compensi finanziari e assistenza per la
sistemazione”. Essi chiedono anche l’ammissione ai negoziati sia della Siria
che di Hamas ed il congelamento immediato degli insediamenti israeliani. Questa
era la proposta quasi adottata al meeting di Taba nel dicembre 2000, negli
ultimi giorni dell’amministrazione Clinton. Ma il quasi non basta. Questa
proposta è senza dubbio accettabile per Abbas e probabilmente anche per Hamas. Ma
è stata a lungo esclusa fortemente e pubblicamente dal governo di Olmert.
Perché il tono di disperazione? Perché gli autori sapevano che è
improbabile che la proposta venga accettata, sia dal governo israeliano che da
George W. Bush. La Knesset israeliana chiaramente ha trascinato i piedi, in
qualunque accordo; e non c’è segno che sia pronta a cambiare atteggiamento. Né
c’è qualche segno che l’amministrazione Bush sia pronta a pensare di torcere
loro il braccio perché lo facciano. Al contrario.
Allora perché gli otto firmatari si preoccupano di fare quest’ultima chiamata? Perché il consenso internazionale del ventesimo secolo alla soluzione a due stati sta svanendo. La simpatia per Israele, una volta così forte, sta declinando anche nei quartieri una volta fortemente solidali con le posizioni israeliane e con questo stanno venendo crescenti richieste di uno stato unitario. Dato l’attuale stato di reciproca paura e antagonismo, gli israeliani non accetteranno mai un risultato con un solo stato. Senza dubbio continuerebbero piuttosto il ciclo di violenza senza fine. Quello che Brzezinski e gli altri sette stanno implicitamente prospettando è che la mancata pronta accettazione degli israeliani (e del governo USA) di questa proposta avrebbe la conseguenza devastante di una guerra civile molto più intensa, che potrebbe andare avanti per altri trent’anni, con risultato molto incerto per la stessa sopravvivenza dello stato di Israele. È una tetra prospettiva per tutti.
Immanuel Wallerstein
(Traduzione di Fabio Tarini, l'originale è
reperibile all'indirizzo http://fbc.binghamton.edu/cmpg.htm)
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