Fernand Braudel Center, Binghamton University

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224, 1 gennaio 2008

 

Cos’hanno compiuto gli zapatisti?



Il 1 gennaio 1994, l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), comunemente chiamato “gli zapatisti”, guidò un’insurrezione a San Cristóbal de las Casas nello stato di Chiapas in Messico. Quasi quattordici anni più tardi, il 13-17 dicembre 2007, l’EZLN ha convocato nella stessa città un colloquio internazionale sul tema “Pianeta Terra: movimenti antisistemici” – una sorta di valutazione, sia globale che locale, dei loro obiettivi. Io stesso ho partecipato a questo colloquio, come molti altri attivisti e intellettuali. Nel corso del colloquio il subcomandante Marcos ha fatto una serie di sei discorsi, disponibili su internet.

In un certo senso, quel che tutti stavano chiedendo, compreso Marcos, è che risultati hanno ottenuto gli zapatisti e quali sono le prospettive future dei movimenti antisistemici – in Chiapas e nel mondo? La risposta a questa domanda non è semplice. Cominciamo la storiadail 1 gennaio 1994. Quella data fu scelta per l’avvio dell’insurrezione perché era il giorno in cui entrava in vigore il North American Free Trade Association (NAFTA). Quel giorno lo slogan fu ¡Ya basta! (“Adesso basta”). Gli zapatisti stavano dicendo fin dall’inizio che la loro protesta vecchia di cinque secoli contro l’ingiustizia e l’umiliazione e la loro richiesta di autonomia adesso era organicamente legata alla lotta mondiale contro il neoliberalismo e l’imperialismo di cui il NAFTA era insieme una parte e un simbolo.

Il Chiapas, ricordiamolo, forse è la regione più povera del Messico e la sua popolazione è composta prevalentemente dai cosiddetti popoli indigeni. Il primo vescovo cattolico del Chiapas fu Bartolomé de Las Casas, il sacerdote domenicano del ‘500 che dedicò la sua vita a difendere vigorosamente (di fronte alla Chiesa e alla monarchia spagnola) il diritto degli indios a un trattamento equo. Dai giorni di Las Casas fino al 1994 gli indios non avevano mai visto riconosciuto quel diritto. L’EZLN decise di provare dei metodi diversi. Hanno avuto maggiore successo? Dovremmo esaminare l’impatto di questo movimento in tre campi: in Messico come arena politica; nel sistema-mondo nel suo complesso; nel campo teorico dei movimenti antisistemici.

Primo, il Messico: l’insurrezione armata come tattica fu sospesa dopo circa tre mesi. Non è mai stata ripresa. Ed è chiaro che non lo sarà a meno che l’esercito messicano o i paramilitari di destra non attaccheranno massicciamente le comunità autonome zapatiste. D’altra parte l’accordo di tregua raggiunto con il governo messicano – i cosiddetti accordi di San Andrés che prevedono il riconoscimento dell’autonomia per le comunità indigene – non è mai stato applicato dal governo.

Nel 2001 gli zapatisti guidarono una marcia pacifica attraverso il Messico fino alla capitale, sperando così di costringere il Congresso messicano a tradurre in leggi l’essenziale degli accordi. La marcia fu spettacolare ma il Congresso messicano non agì. Nel 2005 gli zapatisti hanno lanciato “l’altra campagna”, uno sforzo per mobilitare un’alleanza di zapatisti con gruppi in altre province con obiettivi più o meno simili – una cosa ancora una volta spettacolare ma che non ha cambiato la politica reale del governo messicano.

Nel 2006 gli zapatisti hanno nettamente rifiutato di appoggiare il candidato di centro-sinistra alla presidenza, Andrés Manuel López Obrador, che concorreva in un’elezione assai incerta contro il vincitore proclamato, il conservatorissimo Felipe Calderón. Questa è stata l’azione che ha causato più controversie fra i simpatizzanti zapatisti in Messico e nel resto del mondo, molti dei quali ritengono sia costata a López Obrador l’elezione. La posizione zapatista derivava dalla loro profonda sensazione che la politica elettorale non paga. Gli zapatisti sono stati critici verso tutti i presidenti di centro-sinistra in America latina, da Lula in Brasile a Chávez in Venezuela, in base al fatto che sarebbero tutti movimenti dall’alto che non hanno cambiato niente di fondamentale alla base per la maggioranza oppressa. L’unico governo latinoamericano di cui gli zapatisti parlano bene è quello di Cuba, perché è l’unico governo che considerano veramente anticapitalista.

D’altra parte in Messico gli zapatisti sono riusciti a creare delle comunità indigene de facto autonome che funzionano bene, anche se sono assediate e costantemente minacciate dall’esercito messicano. La determinazione e la sofisticatezza politica di queste comunità sono impressionanti. Ma tutto questo durerà senza un mutamento politico serio in Messico, specialmente alla luce della crescente pressione sul diritto degli indios di controllare la propria terra? È questo il problema irrisolto.

Sulla scena mondiale il quadro è un po’ diverso. È fuori questione che l’insurrezione zapatista del 1994 sia diventata una delle maggiori ispirazioni per i movimenti antisistemici in tutto il mondo. È stata indiscutibilmente una svolta chiave nel processo che ha portato alle dimostrazioni del 1999 a Seattle che causarono il fallimento della riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), un fallimento dal quale l’OMC non si è mai ripresa. Se oggi l’OMC è semimoribonda come risultato dello stallo fra nord e sud del mondo, gli zapatisti possono rivendicare qualche merito.

A sua volta Seattle ha portato alla creazione nel 2001 del Forum sociale mondiale (FSM), che è diventato il principale terreno d’incontro dei movimenti antisistemici del mondo. E, se gli stessi zapatisti non hanno mai partecipato ad alcuna riunione del FSM perché tecnicamente sono una forza armata, sono rimasti un movimento iconico nel FSM, una sorta di forza ispiratrice.

Gli zapatisti fin dall’inizio hanno detto che i loro obiettivi e le loro preoccupazioni erano mondiali – intergalattiche nel loro gergo – e hanno offerto appoggio ai movimenti ovunque e hanno chiesto attivamente appoggio dai movimenti ovunque. In questo hanno avuto molto successo. E se negli ultimi tempi parte dell’appoggio mondiale ha mostrato segni di stanchezza, il colloquio della fine di dicembre 2007 è stato chiaramente un tentativo di rianimare queste alleanze.

In molti sensi, tuttavia, il contributo più importante degli zapatisti – e il più contestato – è stato in campo teorico. È notevole che fra i sei discorsi che Marcos ha pronunciato in dicembre il primo era dedicato all’importanza della teoria nelle scienze sociali. Che dicono gli zapatisti su come analizzare il mondo?

Prima di tutto sottolineano che la cosa fondamentale che è sbagliata nel mondo di oggi è che è un mondo capitalista, e che la cosa fondamentale da cambiare è quella, cosa che, insistono, richiederà una vera lotta. Ora, gli zapatisti certamente non sono i primi a sostenerlo. Quindi cosa aggiungono? Appartengono alla visione post-1968 che le analisi tradizionali della vecchia sinistra erano troppo ristrette, in quanto sembravano enfatizzare solo i problemi e le lotte del proletariato industriale urbano. Marcos ha dedicato un intero discorso alle lotte delle donne per i loro diritti. Ne ha dedicato un altro all’importanza cruciale del controllo della terra da parte dei lavoratori agricoli del mondo.

Ed è notevolissimo che abbia posto diversi colloqui sotto l’insegna “né centro né periferia” – rifiutando l’idea di una priorità di uno o dell’altra, in termini di potere o di analisi intellettuale. Gli zapatisti stanno proclamando che la lotta per i diritti di ogni gruppo oppresso è ugualmente importante, e che tale lotta deve essere combattuta su tutti i fronti allo stesso tempo.

Dicono anche che i movimenti stessi devono essere internamente democratici. Lo slogan è “mandar obedeciendo, che potrebbe essere tradotto “guidare obbedendo alla voce e ai desideri di chi si sta guidando”. Questo è facile a dirsi e difficile a farsi, ma è un grido contro lo storico verticalismo dei movimenti di sinistra. Ciò li porta a un “orizzontalismo” nei rapporti fra diversi movimenti. Alcuni dei loro seguaci dicono di essere contrari a impadronirsi mai del potere statale. Pur essendo profondamente scettici sulla presa del potere statale come “male minore”, sono disposti a fare eccezioni, come nel caso di Cuba.

L’insurrezione zapatista è stata un successo? L’unica risposta è nella storiella apocrifa della risposta che Zhou En-lai avrebbe dato alla domanda: “Cosa pensa della rivoluzione francese?” Risposta: “È troppo presto per dirlo.”

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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