Fernand Braudel Center, Binghamton University

http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm

 

2235, 15 gennaio 2008

 

Kenya: democrazia stabile o crollo?



Il 27 dicembre 2007 in Kenya ci sono state le elezioni presidenziali e parlamentari. Il mondo esterno era in gran parte indifferente. Poi improvvisamente i titoli hanno parlato di violenza etnica su larga scala. La stampa occidentale ha parlato del pericolo di una “crollo” e della diffusione in Africa dei conflitti etnici. Ci sono stati appelli urgenti ai due leader opposti perché si incontrassero e raggiungessero un compromesso. Questo non è ancora avvenuto ed è improbabile che avvenga.

 

Cos’è successo? Se cominciamo con la situazione immediata, sembra abbastanza chiaro che il partito all’opposizione – l’Orange Democratic Movement (ODM) guidato da Raila Odinga – ha stravinto le elezioni parlamentari, e che il partito al governo – il Party of National Unity (PNU) guidato dal presidente uscente Mwai Kibaki – ha subito una grande sconfitta. Il vicepresidente keniota e più di 20 ministri del governo uscente sono stati sconfitti nelle loro candidature al parlamento. Il PNU ha eletto 42 deputati, meno di un quinto dei seggi, e l’ODM ne ha ottenuti 99.

 

Sembrava ragionevole supporre che Odinga battesse Kibaki nelle elezioni presidenziali. Ma dopo tre giorni di conteggi la commissione elettorale ha affermato che l’aveva spuntata Kibaki. La reazione immediata in Kenya è stata che Kibaki aveva rubato le elezioni. Il giuramento che ha prestato furtivamente il 30 dicembre, il suo rifiuto di permettere a qualsiasi serio mediatore esterno di esaminare la situazione, i dubbi palesemente manifestati dagli osservatori internazionali sembrano tutti indicare il tentativo di creare un fait accompli, nella speranza che l’agitazione si plachi. Andrà così?

 

Da molti anni, ma particolarmente negli ultimi cinque, il Kenya veniva pubblicizzato sulla stampa occidentale e dai governi occidentali come una “democrazia stabile”, a differenza di tanti altri stati africani. Si potrebbe ricordare che l’altro stato che aveva questo onore era la Costa d’Avorio, che negli ultimi anni è sprofondato in una persistente Guerra civile. Che significa essere chiamati una “democrazia stabile”? Sembra significare un governo affidabilmente pro-occidentale e spalancato agli investimenti occidentali. Il Kenya si è prestato a questo ruolo, come la Costa d’Avorio. La Costa d’Avorio è crollata, e ora sembra che il Kenya stia facendo la stessa cosa.

 

Uno sguardo alla storia dopo il 1945 potrebbe spiegare quanto questo tipo di valutazioni sia ingenuo e inutile. Fra i sette stati dell’Africa orientale e centrale britannica, l’unico che ebbe un serio movimento guerrigliero fu il Kenya. Fu chiamato Mau Mau, e ai britannici ci vollero molti anni per reprimerlo. I Mau Mau erano un movimento contadino diffuso nel maggiore gruppo etnico keniota, i Kikuyu. I Kikuyu ritengono si debba loro qualcosa in cambio di questa insurrezione. Mwai Kibaki è un Kikuyu.

 

Dopo l’indipendenza Jomo Kenyatta, il primo presidente del Kenya e un Kikuyu, morì. Gli succedette il suo vicepresidente, Daniel arap Moi, un Kalenjin, che procedette a istituire un regime cleptocratico e dittatoriale che durò per un bel po’. I Kikuyu furono più o meno esclusi dal potere, e lo stesso accadde al secondo gruppo etnico del paese, i Luo. Il loro leader era Oginga Odinga (padre di Raila Odinga). Aveva un programma socialista, e il suo movimento fu represso.

 

Nel 2002 il popolo keniota ne aveva avuto abbastanza di arap Moi e i suoi sostenitori occidentali pensarono potesse essere il momento di incoraggiare una facciata di democrazia. Il regime monopartitico cedette il posto a una competizione elettorale. Kibaki e Raila Odinga si unirono con altri per creare una National Rainbow Coalition (NRC), dedicata, dissero, a porre termine alla corruzione e anche a bloccare la distribuzione di posti e di denaro a un solo gruppo etnico. Kibaki vinse le elezioni. Il popolo festeggiò.

 

Ma il 2002 fu anche il momento della guerra al terrorismo. Gli Stati Uniti reclutarono come alleato chiave Kibaki, che venne ricompensato con molto denaro dall’estero, e continue lodi dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale. Gli anni 2002-2007 sono stati un periodo di considerevole crescita economica su premesse neoliberali. Ma Kibaki non ha rispettato le sue promesse. La crescita economica non si è diffusa fino ai poveri nelle campagne e alle masse che vivono nei ghetti urbani. Kibaki ha licenziato l’uomo che aveva nominato per portare alla luce la corruzione. E ha escluso Odinga e altri alleati della NRC.

 

E così quando nel 2007 ci sono state nuove elezioni l’ODM e Odinga hanno vinto facilmente. Il fatto che arap Moi ora appoggiasse Kibaki non è servito a niente. L’ODM ha posto l’accento sulle grossolane disuguaglianze. Ha chiesto una rinnovata guerra alla corruzione. E ha concluso con la comunità musulmana del Kenya l’impegno ad arrestare le rendition. Era ovvio che questo programma piaceva agli elettori, ma non a Kibaki. Così ha rubato le elezioni. E gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno facendo del loro meglio per far funzionare questa truffa elettorale.

 

Naturalmente di fronte a un comportamento così sfacciato è esplosa la violenza, che ha assunto una forma etnica. In qualche modo la stampa occidentale sembra pensare che si tratti di una specialità africana. Non hanno mai sentito delle sommosse razziali negli Stati Uniti? Non hanno mai visto la violenza fra cattolici e protestanti nell’Irlanda del nord? Quello che succede in situazioni del genere è che i poveri nei ghetti urbani e nelle aree rurali si attaccano a vicenda, mentre le classi superiori nelle loro comunità protette continuano a vivere come se niente fosse.

 

Raila Odinga non è un angelo e non è un rivoluzionario. Ma ha vinto le elezioni, e lo ha fatto perché si opponeva alla corruzione neoliberale di Kibaki. Odinga sta agendo in modo assai moderato, un po’ come Al Gore nel 2000. E potrebbe non andargli meglio. Kibaki dice che se i tribunali glielo ordineranno indirà nuove elezioni, ma Odinga dice che i tribunali ce li ha già in tasca.

 

Questo per le democrazie stabili.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

[Copyright di Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi, compresi traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or 1.336.286.6606.

Il permesso viene concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail ad altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga mostrata. Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.

Questi commenti, pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo termine.]

_____

Email this Commentary to a colleague

______________________________________________

Go to List of Commentaries

Go to Fernand Braudel Center Homepage