Fernand Braudel Center, Binghamton University

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226, 1 febbraio 2008

 

2008: La fine della globalizzazione neoliberale


A partire dai primi anni ’80 l’ideologia della globalizzazione neoliberale è andata alla grande. In realtà non era un’idea nuova nella storia del sistema-mondo moderno, anche se diceva di esserlo. Piuttosto era la vecchissima idea che i governi del mondo non dovrebbero ostacolare le grosse imprese efficienti nei loro sforzi per prevalere sul mercato mondiale. La prima implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto permettere a queste aziende di attraversare liberamente tutte le frontiere con le loro merci e il loro capitale. La seconda implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto rinunciare a qualsiasi ruolo come proprietari essi stessi di tali imprese produttive, privatizzando tutto ciò che possedevano. E la terza implicazione politica era che i governi, tutti i governi, avrebbero dovuto minimizzare, se non eliminare, qualsiasi tipo di trasferimenti sociali alle loro popolazioni. Questa vecchia idea era sempre stata ciclicamente in voga.

 

Negli anni ’80 queste idee furono proposte come contraltare alle altrettanto vecchie visioni keynesiana e/o socialista che avevano prevalso nella maggior parte dei paesi del mondo: che le economie avrebbero dovuto essere miste (stato più imprese private); che i governi avrebbero dovuto proteggere i loro cittadini dalle depredazioni di aziende quasi monopolistiche di proprietà straniera; e che i governi avrebbero dovuto cercare di parificare le opportunità trasferendo ai residenti meno agiati benefit (specialmente per l’educazione, la sanità e la garanzia vitalizia dei livelli di reddito), che naturalmente richiedevano la tassazione dei residenti più agiati e delle aziende private.

 

Il programma della globalizzazione neoliberale approfittò della stagnazione mondiale dei profitti, iniziata dopo un lungo periodo di espansione globale senza precedenti nel periodo successivo al 1945 e fino all’inizio degli anni ’70 che aveva incoraggiato la dominazione politica delle idee keynesiane e/o socialiste. La stagnazione dei profitti creò problemi nella bilancia dei pagamenti per un grandissimo numero di governi, specialmente nel sud del mondo e nel blocco delle nazioni cosiddette socialiste. La controffensiva neoliberale fu guidata dai governi di destra degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (Reagan e Thatcher) oltre che dalle due principali agenzie finanziarie intergovernative – il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che e crearono e imposero congiuntamente quello che finì per essere chiamato il Washington Consensus. Lo slogan di questa politica congiunta globale fu coniato dalla Thatcher: TINA, or There is No Alternative [in italiano “Non esiste alternativa”]. Lo slogan intendeva comunicare  a tutti i governi che dovevano mettersi in riga con queste raccomandazioni, oppure sarebbero stati puniti da una crescita lenta e dal rifiuto dell’assistenza internazionale in qualsiasi difficoltà potessero dover fronteggiare.

 

Il Washington Consensus prometteva una rinnovata crescita economica per tutti e una via d’uscita dalla stagnazione globale dei profitti. Politicamente i sostenitori della globalizzazione neoliberale ebbero un grande successo. Un governo dopo l’altro – nel sud del mondo, nel blocco socialista, e nei forti paesi occidentali – privatizzarono le industrie, aprirono le loro frontiere al commercio e alle transazioni finanziarie, e tagliarono lo stato sociale. Le idee socialiste, e perfino quelle keynesiane, vennero ampiamente screditate nell’opinione pubblica e abbandonate dalle élite politiche. La conseguenza visibile più sensazionale fu la caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale e nell’ex Unione Sovietica, oltre all’adozione di una politica favorevole al mercato dalla Cina ancora nominalmente socialista.

 

L’unico problema di questo grande successo politico fu che non venne accompagnato dal successo economico. La stagnazione dei profitti nelle imprese industriali a livello mondiale continuò. L’aumento dei mercati azionari ovunque fu basata non su profitti produttivi ma in larga misura su manipolazioni finanziarie speculative. La distribuzione del reddito a livello mondiale e nei singoli paesi divenne molto squilibrata – un massiccio incremento del reddito nel 10% al vertice e particolarmente nell’1% al vertice della popolazione mondiale, ma una diminuzione del reddito reale di buona parte degli altri.

 

La disillusione verso le gesta di un “mercato” senza vincoli iniziò verso la metà degli anni ‘90. Lo si poteva vedere in molti sviluppi: il ritorno al potere in molti paesi di governi più favorevoli a politiche sociali; il ritorno di appelli a politiche pubbliche protezionistiche, specialmente da parte di movimenti sindacali e organizzazioni di lavoratori rurali; la crescita mondiale di un movimento di altermondializzazione il cui slogan era “un altro mondo è possibile”.

 

Questa reazione politica si è sviluppata lentamente ma con costanza. Nel frattempo i sostenitori della globalizzazione neoliberale non solo persistevano ma aumentavano la loro pressione con il regime di George W. Bush. Il governo Bush ha spinto simultaneamente per una distribuzione del reddito più distorta (mediante grandissime riduzioni delle imposte per i molto agiati) e per una politica estera di militarismo machista unilaterale (l’invasione irachena). Ha finanziato tutto ciò con una fantastica espansione dei prestiti (indebitamento) attraverso la vendita di buoni del tesoro USA ai controllori delle fonti di energia mondiali e degli impianti di produzione a basso costo.

 

Sulla carta andava bene, se tutto quello che si leggeva erano le cifre dei mercati azionari. Ma era una super-bolla creditizia destinata a esplodere, e ora sta esplodendo. L’invasione dell’Iraq (più l’Afghanistan più il Pakistan) si sta rivelando un grande fiasco militare e politico. La solidità economica degli Stati Uniti è stata screditata, causando un crollo radicale del dollaro. E i mercati azionari mondiali stanno tremando di fronte allo scoppio della bolla.

 

E allora quali sono le conclusioni che governi e popolazioni stanno traendo? Sembrano essercene quattro prevedibili. La prima è la fine del ruolo del dollaro USA come valuta di riserva del mondo, il che rende impossibile la continuazione della politica di superindebitamento sia del governo degli Stati Uniti che dei suoi consumatori. La seconda è il ritorno a un alto livello di protezionismo, sia nel Nord che nel Sud del mondo. La terza è il ritorno dell’acquisizione da parte dello stato di imprese in fallimento e l’applicazione di misure keynesiane. L’ultima è il ritorno di ulteriori politiche sociali redistributive.

 

Il pendolo politico sta tornando indietro. Fra dieci anni si scriverà della globalizzazione neoliberale come di un’oscillazione ciclica nella storia dell’economia-mondo capitalistica. La vera questione non è se questa fase è finita ma se l’oscillazione di ritorno riuscirà, come in passato, a ripristinare uno stato di equilibrio relativo nel sistema-mondo. O sono stati fatti troppi danni? E siamo destinati a ulteriore caos violento nell’economia-mondo e quindi nel sistema-mondo nel suo complesso?

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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