Fernand Braudel Center, Binghamton University

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227, 15 febbraio 2008

Andare via: l’opzione meno negativa


Eccetto per una tenace banda di ottimisti neocon e per gli apologisti ufficiali del regime di Bush, quasi tutti oggi sono d’accordo che gli Stati Uniti si sono cacciati in un brutto pasticcio autolesionista in Iraq, dove stanno combattendo una guerriglia che si trascina e che non possono vincere. Allo stesso tempo un enorme numero di critici dell’invasione, sia negli USA che in Europa, dicono ripetutamente che gli Stati Uniti non possono semplicemente “andare via”. Cosa significhi non andare via non è molto chiaro, ma sembra voglia dire mantenere basi e truppe USA in Iraq per un considerevole periodo di tempo mentre gli Stati Uniti cercano, vanamente, di mettere il  governo iracheno sotto la sua tutela in condizioni di affermare qualche sorta di ragionevole controllo sul suo territorio e di restituire ai suoi cittadini un minimo di vita pacifica.

Esaminiamo perché si dice che gli Stati Uniti non possono semplicemente “andare via”. C’è una lunga lista di pretese conseguenze che in superficie sembrano tutte plausibili. Una è che in Iraq ne deriverebbe una guerra civile senza freni. Questo potrebbe essere vero, anche se molti iracheni ritengono appunto di vivere già in una guerra civile del genere, anche con le truppe USA sul posto.

Una seconda ragione è che significherebbe la presa del potere in Iraq da parte di jihadisti alla Al-Qaeda. Questa è una remota possibilità, anche se non troppo plausibile. In ogni caso è la presenza di truppe USA in Iraq che ha fornito le basi principali per il reclutamento di iracheni in organizzazioni del genere. Non ce n’erano affatto nei giorni di Saddam Hussein. È l’invasione che ha portato al loro emergere in Iraq. Quanto all’Afghanistan, effettivamente i Talebani c’erano prima che arrivassero le truppe americane. Come risultato dell’invasione hanno perso il potere a livello centrale. Sembra però che ora lo stiano riguadagnando, malgrado la presenza di un certo numero di soldati USA e NATO. Inoltre non si sa quanto saranno disposte a restare le truppe della NATO.

Un terza ragione è che un ritiro degli USA significherebbe il rafforzamento della posizione iraniana in Iraq e più in generale nel Medio Oriente. Ancora una volta questo può essere vero, ma gli analisti più seri ritengono che l’Iran sia già stato il maggiore beneficiario dell’invasione americana. Questa ha distrutto un grosso avversario dell’Iran, Saddam Hussein. In Iraq ha dato un notevole potere ai gruppi sciiti e curdi, gruppi che con l’Iran hanno avuto stretti legami e probabilmente continueranno a coltivarli e rafforzarli. Non ci sono indicazioni che la presenza degli USA stia indebolendo la posizione iraniana. Tutto il contrario.

Una quarta ragione è che il ritiro danneggerebbe l’accesso americano alle forniture petrolifere in Medio Oriente. Tuttavia la presenza degli USA ha portato a una diminuzione, non a un aumento, della produzione irachena, che non riprenderà seriamente finché andrà avanti la guerra. Inoltre la diminuzione della potenza americana prodotta dall’invasione fallita ha portato Arabia Saudita, Iran e altri produttori a cominciare ad espandere il loro ruolo come fornitori di petrolio per Cina, India e altri paesi, a lungo termine a spese dell’accesso degli USA.

Una quinta ragione è che il ritiro delle truppe e delle basi americane sarebbe un’umiliazione incredibile per gli Stati Uniti, un riconoscimento della loro sconfitta e perdita di potere. Inoltre sarebbe vista come un “tradimento” di tutti quei membri delle forze armate che hanno combattuto e sono morti in Iraq. Questo è indubbiamente vero. Il problema è se questo non stia già accadendo comunque. E il problema ancora più grande è se “appoggi” chi ha combattuto ed è morto avere ancora più persone che combattono e muoiono, in una guerra che non sarà vinta.

Esploriamo le alternative che gli Stati Uniti hanno di fronte. Le uniche due veramente realistiche sono la cacciata ad opera del governo iracheno o “andare via”. Con tutti i discorsi sulle irreconciliabili rivalità etniche in Iraq, non dovremmo trascurare la forza del nazionalismo iracheno sia fra i sunniti che fra gli sciiti. Dopo il 2009, quando vedranno che la probabile amministrazione democratica degli Stati Uniti continuerà a traccheggiare sul ritiro, è probabile che la pressione per raggiungere un fronte unito di sunniti e sciiti, realizzabile solo sulla base della necessità di sottrarsi all’onnipresenza degli USA, diventerà enorme. Già stiamo assistendo a trattative riservate che si stanno svolgendo al riguardo. Quanto ai curdi, purché conservino un ragionevole livello di autonomia, vi si adatteranno come alla migliore opzione a loro disposizione nella situazione attualmente esistente. Considero questo come l’esito più probabile dell’attuale situazione.

Quale sarebbe allora il vantaggio di “andare via”? Prima chiariamo cosa significa. Significa un avviso da parte del governo USA che ritirerà tutte le truppe senza eccezioni e chiuderà tutte le basi in Iraq entro diciamo sei mesi dalla data dell’annuncio. È meglio che essere cacciati (cioè che ci venga chiesto formalmente di andarcene) da un nuovo governo, prodotto da una nuova alleanza nazionalista in Iraq? Naturalmente sì. Il ritiro degli USA segnerebbe il primo passo sulla lunga e difficile strada della guarigione degli Stati Uniti dalla malattia causata dalla loro dipendenza imperiale, il primo passo in un doloroso sforzo per restaurare il buon nome degli USA nella comunità mondiale.

Andare via sarà certo difficile e doloroso. Ma per gli Stati Uniti ritirarsi è necessario come lo è per un alcoolista smettere di bere, facendo il primo passo sulla via della rinuncia totale alla dipendenza.

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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