Fernand Braudel Center, Binghamton University
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228, 1 marzo 2008
Cosa può cambiare?
Sembra ora altamente probabile, anche se non è ancora certo, che Barack
Obama sarà il candidato democratico alla presidenza. E sembra altamente
probabile che contro John McCain vincerebbe. Sembra anche quasi certo che le maggioranze
democratiche sia al Senato che alla Camera dei rappresentanti saranno
accresciute. Così sembra che Obama entrerà in carica ricevendo dai votanti un
mandato relativamente forte.
Se ci si chiede in che modo Obama, entrato in lizza circa sei mesi fa come
giovane e poco probabile vincitore, abbia potuto ottenere questo, la risposta
sembra chiara. Ha sottolineato il tema del “cambiamento” e questo tema sembra
aver toccato delle corde nei votanti, compresi molti che non hanno mai votato
prima. Naturalmente “cambiamento” è un termine ambiguo, e il suo significato
cambia a seconda di chi lo abbraccia. Ma il tema del “cambiamento” sembra
rispondere a un alto livello di disagio negli Stati Uniti per la situazione
complessiva attuale nel paese e nel mondo. Le due zone di massimo disagio sono
la guerra in Iraq e lo stato dell’economia.
Quello che una maggioranza dei votanti sembra dire è che pensa che la
guerra in Iraq sia un pantano, e che sia stato un errore aver invaso quel
paese. Quanto all’economia, i votanti sembrano dire che il loro livello di vita
reale è andato diminuendo, e temono molto che diminuisca ancora di più. Così
fondamentalmente stanno rifiutando le principali linee di argomentazione del
regime di Bush, e gli stanno attribuendo in larga misura la colpa per i loro
disagi. Quali particolari cambiamenti i votanti vogliano sembra meno chiaro,
però vogliono qualcosa.
Oltre ad abbracciare il tema del cambiamento, Obama ha una seconda
attrattiva. È una questione di stile. Dice che è disposto a parlare con tutti –
internazionalmente con presunte forze ostili, internazionalmente con presunti
alleati, e all’interno con persone di tutte le fazioni politiche. Questo
contrasta con la ripetuta insistenza di Bush che c’è ogni sorta di gruppi con i
quali gli Stati Uniti non dovrebbero mai “negoziare”.
C’è un secondo tipo di attrattiva stilistica di Obama. Dice, e ripete, “Sì,
noi possiamo!” Questo è un tema preso dal
leggendario leader dei lavoratori agricoli ispanici, Cesar Chavez, il cui
slogan era “¡Sí, se puede!” Questo tema attrae particolarmente tutti quelli che
si sono sentiti emarginati nel sistema politico USA, e che trovano questo tema
uno che dà loro potere.
Così ora che Obama sembra vicino a diventare presidente è cominciata sulla
stampa e nel dibattito pubblico una notevole discussione su che tipo di
cambiamenti Obama intenda davvero intraprendere. Questa mi sembra la domanda
sbagliata. La vera domanda è che tipo di cambiamenti Obama può fare, una domanda del tutto diversa.
La storia di Obama è quella di un democratico liberale che si è opposto
alla guerra in Iraq e il cui modo di agire è sempre stato di centro-sinistra, a
volte con vigore, a volte con molta prudenza. Certamente intende portare alla
Casa Bianca uno stile diverso. Quanto radicalmente diversa sia la politica che
intende realizzare è assai meno chiaro. Ma anche supponendo che politicamente
sia più radicale di quanto sembri in superficie, resta ancora la domanda, cosa
può fare? I presidenti degli Stati Uniti possono indubbiamente influenzare la
politica in modi importanti – George W. Bush lo ha dimostrato – ma sono anche
prigionieri della loro carica. Dunque vale la pena di esaminare quali sono le
opzioni in politica estera, in politica economica, e in quel campo più ampio
che potremmo chiamare politica culturale.
In politica estera il problema più immediato e prevalente è il Medio
Oriente – non solo nei confronti dell’Iraq, ma anche di Afghanistan, Iran,
Pakistan, e Israele/Palestina. Bush ha lavorato sodo per legare le mani del suo
successore. Ma Bush ha fatto l’errore di pensare che la politica USA in Medio
Oriente sia in primo luogo nelle mani del governo americano. Non penso che
questo sia più vero. In questa regione c’è un turbine di forze che va ben al di
là del limitato potere che il governo degli Stati Uniti ha di incanalare la
loro direzione.
In Iraq il nazionalismo antiamericano sta acquistando lentamente ma con
sicurezza una forza enorme. I talebani si stanno insinuando di nuovo in un
potere de facto in Afghanistan, e come sottoprodotto minacciano di far saltare
il funzionamento della NATO come forza internazionale. In Pakistan sembra che
gli Stati Uniti siano ridotti a pregare in silenzio che il loro sempre meno
popolare amico, Pervez Musharraf, possa superare la tempesta. Gli iraniani
hanno deciso che possono semplicemente sfidare gli Stati Uniti senza correre
alcun pericolo reale. E sia Israele che l’Autorità palestinese sono su un
terreno sempre più malfermo, all’interno e internazionalmente. Condoleezza Rice
viene generalmente ignorata da chiunque. Il segretario di stato di Obama sarà
trattato diversamente?
Se il turbine disfa le politiche USA nella regione ne seguirà allora che,
anche se le forze americane verranno ritirate dall’Iraq, Europa occidentale,
Russia, Cina e America latina si avvicineranno davvero agli Stati Uniti, pur
apprezzando lo stile più amichevole e più intelligente di Obama? Le tendenze
geopolitiche di base sono contrarie agli Stati Uniti. Obama può fare meglio di
Bush, ma quanto meglio?
La storia non è troppo diversa quando guardiamo allo stato dell’economia
USA. Senza dubbio un’amministrazione democratica avrà una politica diversa
sulla tassazione, sulle cure sanitarie, sull’ambiente. E probabilmente l’80%
più povero della popolazione starà meglio. Ma i posti di lavoro nel settore
manifatturiero non torneranno, anche se gli Stati Uniti manderanno all’aria i
loro patti commerciali neoliberali. Anche in questo campo c’è un turbine, forse
ancora più potente del turbine geopolitico in Medio Oriente, e gli Stati Uniti
non ne controllano l’evoluzione.
Questo lascia un settore in cui Obama potrebbe avere qualche spazio di
manovra, quello che chiamo in termini generali il campo culturale. La sua
campagna è andata mobilitando una forza popolare che sta guadagnando insieme
forza e autonomia. È quella della gente che dice “Sì, noi possiamo”. Obama può essere stato di aiuto nell’innescare la forza, ma
questa sta diventando una forza autonoma che ora avrà un grande impatto su
quello che farà come presidente. Parlando in termini generali è una forza che
come presidente lo spingerà a sinistra, sia direttamente che attraverso il suo
impatto sui membri del Congresso.
È molto difficile dire esattamente dove questa forza spingerebbe Obama. Ma
il suo impatto potrebbe rivelarsi paragonabile a quello della cosiddetta destra
religiosa sulle politiche del partito repubblicano negli ultimi trent’anni. Martin
Luther King disse “Ho un sogno”. Il sogno erano degli Stati Uniti diversi con
priorità diverse e costumi molto più egualitari. Se questo prossimo periodo
porterà a una realizzazione anche parziale di un sogno del genere, naturalmente
avrà un impatto a lungo termine sul ruolo che gli Stati Uniti rivestono, e
vogliono rivestire, nel sistema-mondo. Avrà un impatto a lungo termine sul tipo
di strutture economiche che gli Stati Uniti mantengono per sé e che il mondo
mantiene per sé.
Il cambiamento è effettivamente possibile, e un cambiamento potenzialmente
assai positivo. Tutto dipende molto più dal noi che da Obama. Ma Obama potrebbe,
potrebbe solamente, darci lo spazio in cui il “noi” di “sì, noi possiamo” può spingere lui e gli Stati Uniti.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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