Fernand Braudel Center, Binghamton University
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229, 15 marzo 2008
Quando Henry Kissinger esprime un’opinione
Quando Henry Kissinger esprime un’opinione in un commento sul Washington
Post, è doveroso per noi tutti prestarvi attenzione. Lì c’è un messaggio.
Kissinger si è sempre presentato come il supremo sostenitore del “realismo”
nella politica imperiale USA. Ma è anche sempre stato attento a non prendere
troppo le distanze dall’establishment politico conservatore.
Dunque quando esprime un’opinione ci dice in che direzione si sta muovendo
la politica e insieme la spinge impercettibilmente verso una direzione
“realista”, in collaborazione con alleati all’interno dell’amministrazione. Così
ci sta preparando a uno spostamento di politica. Ora ha scritto sul Pakistan. Cosa
ci sta dicendo?
Prima di tutto Kissinger osserva cosa c’è in gioco per gli Stati Uniti in
Pakistan. Si tratta di una potenza nucleare incapace di mantenere il controllo
al suo interno e che quindi potrebbe “trasformarsi nell’imponderabile della
diplomazia internazionale”. Lo sanno tutti, dice, ma “il rimedio si è rivelato
sfuggente”. Ultimamente la politica degli USA è stata favorire una coalizione
fra Musharraf e i partiti civili – un “obiettivo lodevole” ma non “pratico”. In
un paese che non ha una società civile le elezioni “inaspriscono” le crisi
piuttosto che risolverle. Sembra che troppo spesso le elezioni risultino
nell’elezione delle persone sbagliate.
Per Kissinger in Pakistan sono in gioco solo forze “feudali” – grandi
proprietari terrieri nella provincia del Sindh (il partito della Bhutto),
classi commerciali nel Punjab (il partito di Sharif), e i militari. La lotta
fra di loro è come quella delle città-stato italiane durante il Rinascimento –
alleanze mutevoli e nessun senso del “bene generale”. Alla fine gli arbitri
sono i militari. E quindi? Probabilmente ogni tentativo degli Stati Uniti di
“manipolare” il processo politico gli si ritorcerà contro. L’“evoluzione del
processo politico immediato è oltre la nostra portata”.
Sì, Musharraf è stato un alleato leale e gli Stati Uniti non possono
permettersi di dissociarsi da lui, perché questo manderebbe un cattivo
messaggio ad altri alleati leali. Ma allo stesso tempo è compito di Musharraf –
“non nostro” – affrontare i risultati delle elezioni. In breve, è da solo. Gli
Stati Uniti non dovrebbero preoccuparsi della politica pakistana, solo delle
cosiddette “questioni di sicurezza nazionale” – il controllo delle armi
nucleari e la resistenza ai terroristi (radicali islamici).
Sembra che il realismo non sia una guida all’azione granché dettagliata. Ci
insegna i limiti di quello che gli Stati Uniti possono fare. L’evoluzione
democratica – un “obiettivo importante” – è su una “scala temporale diversa”
dalla sicurezza nazionale. Quindi va rimandato. Piuttosto gli Stati Uniti
dovrebbero raggiungere un accordo con chiunque avrà la meglio – se potranno.
Il commento di Kissinger è stato pubblicato nella stessa settimana in cui
l’ammiraglio Fallon si è dimesso dal comando delle forze USA nell’intera
regione mediorientale. Sembra abbia detto, troppo spesso e con troppa forza,
che l’azione militare americana in Iran non è possibile, quanto a possibilità
“pratica”. Un altro “realista”? Sembra poi che l’ammiraglio Mullen, il
presidente dei Joint Chiefs of Staff [l’organismo che riunisce i capi di stato
maggiore delle diverse forze armate USA, n.d.t.], sia andato dicendo la stessa
cosa, anche se più discretamente. E sembra che anche il predecessore di Mullen,
il generale Pace, abbia detto la stessa cosa.
Bush e Cheney vogliono insistere pubblicamente che l’opzione militare è sul
tavolo, anche se in realtà non c’è. Sembrano pensare che questo spaventerà gli
iraniani e tranquillizzerà gli israeliani. Il guaio è che nessuno crede più a
Bush e Cheney, perfino su quello che dicono di poter fare, e che probabilmente
vogliono fare davvero.
In questi giorni il militarismo macho non sta funzionando per gli Stati
Uniti. Come alternativa imperiale il realismo sembra abbastanza simile a un
espediente disperato. Ma agli Stati Uniti sono rimasti altri espedienti in Medio
Oriente?
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
[Copyright di
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